Arte, Arte & Opere, Biennale 2019
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Viva Arte Viva/ I nove capitoli IV

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Siamo all’Arsenale e gli ultimi tre Padiglioni si susseguono con quest’ordine, quello Dionisiaco, dei Colori e l’ultimo, del Tempo e dell’Infinito.

Sono dei temi diametralmente opposti?

Sono conclusivi di un percorso complesso e articolato che la curatrice Macel che voleva chiudere con un respiro di sospensione?

Il Tempo e l’Infinito sono termini che lasciano uno scenario estetico aperto; l’artista si può confrontare col tempo proprio perché la sua vita è fatta di passaggi e poi  lo scorrere delle situazioni.

Quello che rimane sospeso è il dubbio se l’opera artistica è sempre possibile incanalarla in un tema riassuntivo?

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Mariechen Danz,
Paola Ricci©Photo

Il Padiglione Dionisiaco, è il vortice dove risuona un suono diverso, dove la terra ti trasporta su altri livelli?

“ Si trasformi l’Inno alla Gioia di Beethoven in un quadro e non si rimanga indietro con l’immaginazione, quando i milioni si prosternano rabbrividendo nella polvere: così ci si potrà avvicinare al Dionisiaco. […] Ai colpi di scalpello dell’artista cosmico dionisiaco risuona il grido dei misteri eleusini: “Vi prosternate milioni? Senti il creatore, mondo?”. Friedrich Nietzsche

 

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ATIKU, Jelili

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Eileen Quinlan

Il concetto è sfuggevole è racchiude potenza di un’azione diretta fatta d’impulsi e l’entusiastica accettazione della vita che si esprime nell’ebrezza creativa e nella passione sensuale, ma anche di superare il caos con forme limpide ed armoniche. Quello che avviene in questo padiglione è però concentrato sul lavoro di diverse donne artiste che celebrano il corpo femminile e la loro sessualità. L’occhio non è quello del desiderio, ma quello dell’intimo percorso interiore di queste artiste. Si percepisce un inno alla sensualità e all’ebrezza, dove aleggia fortemente il suono , il canto e la trance. Per accedere a questi stati, occorre l’accettazione, pura dimensione di immersione in quei spazi che ti avvolgono e il corpo viene “fasciato” in quello spazio e solo quando lo lasci, si perdono le bende che ti avevano catturato.

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CURNIER JARDIN, Pauline

Il Padiglione dei Colori  risulta come una contraddizione di termini, visto che non esistono in se, perché secondo studi di neuroscienza oggi ben noti,  i colori sono il risultato di un processo del cervello e dell’occhio che modifica la realtà.

In parte in modo teoretico l’aveva raggiunto questo principio già Goethe nel suo libro intitolato “La teoria del colore”.

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Shella Hicks,
Paola Ricci©Photo

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Shella Hicks,
Paola Ricci©Photo

“Il giallo è una luce che è stata attenuata dalle tenebre; il blù è un’oscurità indebolita dalla luce”. Goethe

La soggettività allora aleggia fortemente in questo spazio e dove il colore racchiude manifestazioni che potrebbero stare anche nei precedenti padiglioni, essere come una esplicazione emozionale di quello che è già stato visto. La massa cromatica diventa abbondanza, tanto che ci si potrebbe tuffare dentro e confondersi in essa senza che un colore prevalga sull’alto.

Allora se i colori non esistono noi catturiamo quello che la massa ci rilascia. Noi percepiamo il colore di un oggetto non tanto perché l’oggetto è di quel colore, ma perché l’oggetto stesso assorbe le varie lunghezze d’onda.

 

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Abdoulaye Konatè,
Paola Ricci©Photo

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Abdoulaye Konatè,
Paola Ricci©Photo

Il Padiglione del Tempo e dell’Infinito. E’ necessario un concezione metafisica del tempo oggi giorno?

Se facciamo sfociare il tempo nella morte dando così una idea di conclusione allora è il tema giusto e conclusivo della esposizione internazionale dell’arte, ma se fossero altri i valori da esplicare il tempo poteva  stare anche solo all’inizio, come la generazione di una partenza di processo di cui non si conosce l’evoluzione. Come il viaggio di una persona che parte toccando diversi posti solitari e potrebbe ritornare indietro al punto di partenza, ma neanche accorgendosene. La ripetizione del gesto è una metafora pregnante in questo padiglione, dove l’atto diventa non evolutivo ma dinamicamente statico; si muove per non modificare niente e allora prevale il concetto puro di Tempo. L’infinito si accompagna in questa dimensione sollevata e nella sua simbologia matematica racchiude anche il suo “limite”. Quello di non essere racchiuso e circoscritto, allora abbiamo l’espansione formale di questo concetto artistico e possiamo accoglierlo lasciando all’artista un compito molto arduo quello di rappresentarlo. Chissà se c’è coscienza in questo o occorre solo puro arbitrio senza nessuna definizione che lo limiti?

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Edith Dekyndt
Paola Ricci©Photo

 

#BiennaleArte2017 #VivaArteViva

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"lasciate nel sole questo brillare di stelle, come libere parole donate la luce, accompagnatele dove loro vogliono andare / let the dazzling stars shine, like words, to accompany them wherever they choose to go"

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