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Venezia / lo specchio delle immagini

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Le città che sorgono sull’acqua, sono molte sul nostro pianeta, le possiamo conoscere per la loro grandezza visionaria, per loro antica origine, per la loro collocazione strategica per lo sviluppo economico, ma la “magia” del rispecchiamento sull’acqua è forse la dote più difficile da raggiungere.

Venezia sa moltiplicare le immagini che si rispecchiano sull’acqua, ma le sa anche individuare come spaccati di spazi interiori dove i passanti ne catturano solo una minima parte che le mura rilasciano come dono.

“Ed ecco la rivedeva, quella stupefacente riva d’approdo, quell’abbagliante composizione di edifici fantastici che la Serenissima presentava agli sguardi riverenti dei navigatori che si approssimavano: l’aerea magnificenza del Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, le colonne sulla riva col Leone e col Santo, il pomposo aggetto del tempio fiabesco, il traforo della Porta dell’Orologio coi Mori, e mentre contemplava si disse che arrivare a Venezia dalla terraferma era come entrare in un palazzo dalla porta di servizio, e che solo per nave, dall’alto mare, come aveva fatto lui questa volta, bisognava giungere nella più inverosimile città del mondo.”

Thomas Mann

 

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Venezia Paola Ricci©Photo

Arrivare dalla terra per raggiungere altra suolo e passare sopra l’acqua, questo è quello che trasforma il corpo dei viaggiatori, nel raggiungere Venezia, nei passaggi tra le diverse superfici la persona sente i diversi movimenti;  il corpo prima è fermo sulla terra e poi l’ondeggia sulle barche, sui vaporetti per poi approdare su altra terra.

Arrivarci in questa città da bambini, quando la mente s’illumina per ogni forma nuova, la reazione è di  accoglienza o rifiuto non ci sono mezze misure, la si abbraccia o la si rigetta nell’acqua, ma quando c’è l’accettazione, allora s’incomincia a perdersi per le calli o per i campi e non importa se si arriva in un punto in cui occorre tornare indietro, perché l’acqua è la superficie che la fa vivere.

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Venezia ,Paola Ricci©Photo

“Andare in giro per calli e campi, senza un itinerario prestabilito, è forse il più bel piacere che a Venezia uno possa prendersi. Beati i poveri di topografia, beati quelli che non sanno quel che si fanno, ossia dove vanno, perché a loro è serbato il regno di tutte le sorprese, di tutte le scoperte straordinarie. Infilare una calletta, cacciarsi nella gola nera di un sottoportico, sbucare in una corte che pare un culdísacco, trovarvi il pertugio di un’altra calletta, uscire da quel dedalo soffocato in un campo arioso, luminoso, pieno di gente, oppure sulle soglie di un palazzone principesco, oppure su una fondamenta aperta al sole e al vento, oppure su un rio largo, popolato di barche e barconi: questo è un girare nell’inaspettato, nell’impreveduto, e quasi nell’inverosimile, che può ricordarci addirittura le nostre stupende e stupite scorribande per il chimerico paese di Fanciullezza.”

Diego Valeri

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Venezia Paola Ricci©Photo

La luce che si moltiplica, per effetto del rispecchiamento sull’acqua e nel cielo, rende gli edifici posti in una dimensione costruttiva sospesa, tenuti tra l’acqua e il cielo, due dimensioni con due  diversa densità.

John Ruskin visitò Venezia nel 1849, e lavorò sui disegni di Cà D’Oro, il Palazzo del Doge e Palazzo Ducale, perché temeva che sarebbero stati distrutti dalle truppe austriache occupanti.

Questo lavorò sui disegni e schizzi e note si è poi racchiuso nel famoso libro Le pietre di Venezia (1851-53). Fu un testo che permise all’autore di parlare anche della società dell’Inghilterra, argomentando del lento declino di Venezia e dei continui compromessi di una società corrotta. Invece di rispettare il divino, gli artisti rinascimentali si onorarono, celebrando la sensualità umana. Ruskin declama l’importanza che il lavoratore deve esprimere la sua personalità e le sue idee, idealmente utilizzando le sue mani, non le macchine.

 

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Venezia Paola Ricci©Photo

“We want one man to be always thinking, and another to be always working, and we call one a gentleman, and the other an operative; whereas the workman ought often to be thinking, and the thinker often to be working, and both should be gentlemen, in the best sense. As it is, we make both ungentle, the one envying, the other despising, his brother; and the mass of society is made up of morbid thinkers and miserable workers. Now it is only by labour that thought can be made healthy, and only by thought that labour can be made happy, and the two cannot be separated with impunity.”

John Ruskin

La critica di Ruskin, alla società del tempo e ai possibili sviluppi storici che poteva comportare, no poté comunque intaccare quello che percepì muovendosi in questo microcosmo di città e di vita;  il tempo ora, ha congestionato i movimenti, mettendo difficoltà nel cogliere e scoprire le inquadrature architettoniche auto celebrative e allora, per rivivere quella stupefacente descrizione di energia vitale che Ruskin riporta di Venezia , forse occorre muoversi nella Venezia di notte dove ogni dettaglio è scolpito dalla luce dei lampioni  e rilanciato nell’acqua e così l’occhio si dondola sulla superficie liquida.

 

“Grazie a Dio sono qui! È il paradiso delle città, e una luna sufficiente a fare impazzire metà dei savî della terra batte con i suoi puri sprazzi di luce sull’acqua grigia davanti alla finestra; e io sono più felice di quanto sia mai stato in questi cinque anni — felice davvero — felice come in tutta probabilità non sarò mai più in vita mia. Mi sento fresco e giovane quando il mio piede posa su queste calli, e i contorni di San Marco mi entusiasmano (….) Grazie a Dio sono qui!”

John Ruskin.

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