Arte di scrivere, Fotografia
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Solitario / La musica di Leopardi III

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….Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni
Non curo, io non so come; …..

Il poeta non cura “non so come”, i sollazzi ed il riso , che non sono gli interessa l’amore, che è il fratello della giovinezza e il vano desiderio degli anni maturi.

“ Chi ha il coraggio di ridere, è il padrone del mondo, quasi come chi è preparato a morire” (Pensieri).

“… io approvo l’amore se bene se bene non lo provo”.

“l’amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate”” io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, benché tutto il resto del mondo fosse per me come morto” (Zibaldone)

 

alt="Paola Ricci"

Solitario
Paola Ricci©Photo

Dalla poesia e dalle notazioni di Leopardi tratte dal Zibaldone e dalle sue lettere si può notare come l’AMORE e insieme la MORTE rappresentano dei momenti prettamente soggettivi e distaccati dal resto del mondo e abbiano una carica sentimentale che agisce su di lui in senso pessimistico e malinconico. Ora la visione della Primavera e la sua contemplazione è scomparsa per lasciare il posto a l’esplicazione della sua anima. Vi è una chiara e “masochistica” accettazione di mancanza di attività ( non vi è nessun tipo di allitterazione che possa creare un senso ritmico del mutamento, come una mancanza di tempo).

MORTE= NULLA (STASI) = Scontro tra REALE e IDEALE = QUIETE

Il REALE è espresso dal mondo esterno ( il tempo è l’unica realtà).

L’IDEALE è l’unica forza che da vita alla sua anima.

 

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Solitario
Paola Ricci©Photo

 

Questa quiete scaturisce nell’anima di Leopardi il sentimento di NOIA (constatazione del Nulla fase di massima angoscia e dolore) che PIETRIFICA ogni cosa e rimane solo la soggettività del poeta non creando un rapporto con le forme.

Si può anche constatare che l’AMORE, massimo livello di felicità dell’uomo, lo si può raggiungere, ma per essere tale deve provocare il DOLORE, proprio perché il fine dell’anima è la felicità.

Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.

E’ scesa la completa malinconia su tutta la scena (inglobare questa sensazione è l’espressione “ch’omai cede alla sera,”); riprende il TONO MUSICALE e descrittivo che avevamo notato all’inizio (Odi greggi belar, muggire armenti).

 

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Solitario
Paola Ricci©Photo

 

Sono bastati alcuni suoni di campane perché la mente del poeta ritorni in mezzo al paese dove prima si era disperso e si era lasciato cullare dal suo stesso canto.

Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,

Ritorna il tema della solitudine sempre accompagnata dalla sua negazione e cioè l’AMANTE compagna. I suoi occhi guardano la gioventù senza nessuna invidia, ma solo con un senso di sconsolatezza nel constatare le diverse esigenze degli animi ( contrapposizione che trova la sua sintesi nell’Angoscia della gioventù e del poeta). La campagna ha assunto una oggettivazione conforme alla situazione, quel “ rimota” sembra esprimere già la lontananza dell’animo del poeta dalla vita cittadina ( ritorna una lieve allitterazione in “a” che da proprio il senso di allargamento e di estensione della scena che precedentemente appariva “chiusa”).

CONTINUA.

 

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Solitario
Paola Ricci©Photo

 

La malinconia nello scatto fotografico, rivolta al paesaggio, è quando lo estranea, quando il luogo scattato è un luogo esistente e anche riconoscibile, ma assume una “velatura” frapposta tra obbiettivo e paesaggio. Come una tenda che cala sul palcoscenico di un teatro, ma è possibile vedere oltre e superare quel confine che ti trasforma in un altro animo di osservazione; il paesaggio o la scena si muta al manifestare il sentire malinconico.

Può essere, la malinconia un termine desueto ?

Lo sguardo “pop” allontana quello che si allarga a macchia d’olio per restare in una visione veloce e contenitiva delle titubanze verso la vita?

Il fascino della malinconia si rintana nelle mostre importanti e ne fa da apripista una mostra del 2005 di Jean Clair intitolata proprio Mélancolie al Gran Palais.

 

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Solitario
Paola Ricci©Photo

La fotografia non ricerca in quello scatto catturato, durante un momento della giornata particolare, qualcosa che si voglia che torni indietro; si coglie qualcosa che “disturbi” quello che si sta vedendo è ciò che conferisca una maggiore “confusione” e diventa un’inquietudine per sorprenderci.Lo scatto sta allora nelle luci, nella composizione e in ciò che non è delimitato e circoscritto, ma come fosse privo di confini protettivi e possa fluttuare in molte direzioni del mondo.

“La strada che ho percorso è questa: l’idealismo separa dal mondo, come unici, gli uomini, il solipsismo separa me solo, e alla fine io vedo che anch’io appartengo al resto del mondo; da una parte resta dunque nulla, dall’altra, unico, il mondoWittgenstein.

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