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Saskia van Uylenburg / Rembrandt (1606-1669)

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Il ritratto della donna che guarda fuori dalla tela è lì che fora la superficie, trapassa il piano e arriva diretta negli occhi di chi osserva come un fascio di luce che mescola la cromia nella manifestazione del volto e cattura l’indicibile espressione di una donna che è vissuta in carne e ossa accanto ad un artista; sobbalza negli umori di chiunque osservi le sue opere. Sono fatte di carne di sangue di nervi rilassati e di parole non citate in una penombra di una stanza che nessuno sa in quale casa fosse reale abitasse.

 

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Ritratto di Saskia van Uylenburg, Rembrandt 1635, dettaglio

Gli occhi della donna sono realizzati in modo tale che le campiture cromatiche appaiono racchiuse in una leggera velatura di tessuti semi trasparenti in modo che i colori sono tagliati dal bianco e dal giallo o da una leggero ocra che imprime una luminosità simile al riflesso della doratura di foglie d’oro. Uno sguardo dove l’oscura pupilla si perde nel dolce color terra dell’iride e la sclera si adombra di gialli maturi e incarnati rosati come pigmento di caldo di tramonto.

L’occhio è come un vivo bagliore che non si spegne mai, supera la dimensione anatomica per desiderare solo la pennellata continua di pelle contro pelle, peli contro peli, persi in un mare di emozioni che il polpastrello viene a toccare e scivolando su quella pelle distesa del volto di tale bellezza femminile viene ammaliato.

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Ritratto di Saskia van Uylenburg, Rembrandt 1635, dettaglio

 

Rembrandt riesce a far sentire l’intera successione dei momenti in cui il personaggio è posto nel ritratto come un’unicità di un solo momento superando ogni frammentazione dei dettagli che si spandono sulla tela; così il dettaglio dell’occhio è una cromaticità  distesa per tutto il volto, come un continuo di luce e ombra che trova poi la vaporosità nel velo posto sul capo che arieggia come una vela allargata dal vento e spicca una treccia di nastro alla sinistra del volto.

 

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Ritratto di Saskia van Uylenburg, Rembrandt 1635, dettaglio

“ La rappresentazione dell’uomo in Rembrandt è animata di spiritualità in sommo grado, ma non è psicologica.” Georg Simmel.

“E’ per quello che i ritratti più intensi e più toccanti di Rembrandt sono di anziani, poiché in essi la vita vissuta trova la sua massima espressione; nei ritratti di giovani egli ha ottenutolo stesso effetto solo in alcuni ritratti di Tito, mediante una torsione della dimensione”. Georg Simmel.

La continua produzione negli autoritratti e quelli della moglie Saskia van Uylenburg danno chiaramente la visione che aveva della vita Rembrandt , di un “sempre in divenire”.

 

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Ritratto di Saskia van Uylenburg, Rembrandt 1635

 

Il divenire è inteso come il continuo dubbio della vita, l’enigma che non si svela per nessuna ragione perché alimenta il continuo sviluppo di ogni evento o storia che sia che non ha inizio e neanche fine; il tempo è l’unico soggetto che il destino può manifestare e che il pittore cerca di “scalfire” sulla pelle del “personaggio” che se è egli stesso rappresentato non è esente dall’essere avvolto di mistero aggiunto dagli eventi. Il passato è dato dal presente e come tale non è fermo, ma in un movimento e questo fluire è dato dal colore che incide le variazioni cromatiche sulla tela o sul legno, dove il segno del pelo del pennello è l’incisione sulla pelle reale, i solchi sono come colature di un’acqua non dirompente in uno stretto torrente roccioso, dove il liquido fa apparire il letto del fiume, lo fa sparire continuamente e il colore che si stende nel suo dettaglio.

Uno dei suoi auto ritratti col cappello in testa con le mani conserte sul lato sinistro del quadro e il fondale, appare come una camera oscura dove è azzerato lo spazio e la dimensione, non percependo pareti o soffitti che circondano la persona, l’artista.

 

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Rembrandt Autoritratto 1659, National Gallery of Art Washington, D.C.

Sempre lo sguardo cattura quello che non si riesce a descrivere e guardando in profondità i diversi passaggi cromatici che l’artista compie se ne deduce quel mistero che anche il grande Leonardo da Vinci descrive nei suoi trattati quando compiva i suoi studi di anatomia «Da quel che ride a quel che piange, non si varia né occhi, né bocca, né guancie, ma solo la rigidità delle ciglia che saggiunge a chi piange, e levasi a chi ride…».

La teoria dell’occhio in pittura è la finestra che scruta l’anima del personaggio e su questa forma di pensiero questo grande artista espande la sua modernità in un panorama dove scrutare realmente, attraverso un processo pittorico  un personaggio, incute più paura che devozione al sublime lavoro di questo operare. Gli estimatori di Rembrandt, nella sua epoca, non erano solo letterati di cultura umanistica, la gente borghese, ma anche erano predicatori, rabbini, medici, artisti, alti funzionari, insomma uomini di varie sfere.

La media e la piccola borghesia, che erano i maggiori acquirenti degli artisti di quell’epoca, non erano molto evolute e difficilmente seguiva altro criterio che era la somiglianza. Questa “ingenuità” del committente all’inizio permetteva agli artisti un grande vantaggio che però poi si tramutò in un grave pericolo. Lavorarono prima liberamente secondo le proprie idee, poi con l’anarchia del mercato avvenne la sovrapproduzione che fu fatale.

Gli stenti di Rembrandt furono proprio collegati a questa perdita di libertà e l’anarchia economica, portando a un totale sbandamento nella sua vita. Il suo declino comunque fu non per negligenza negli affari, ma per il conseguente volgersi del pubblico verso il classicismo. Quello che consegue che la vita spirituale di un artista è sempre minacciata sia da una società autoritaria sia quella liberale.

 

 

 

 

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