Arte, Fotografia
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Samuele Galeotti / La solitudine notturna

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Il realismo più intimo può avvicinarsi ad un’astrazione contemporanea della forma?

L’arte per Edward Hopper era entrare nel profondo della vita umana, era solo una forma di “cura” che lentamente assorbiva nel gesto del colore steso sulla tela.

Allora lo scatto fotografico può avere la stessa energia e propensione ad immergersi in un’azione che narra una prolungata solitudine?

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Samuele Galeotti© Mestre-Venezia, 1990

In un ambiente notturno e isolato dal frastuono delle metropoli può sembrare come un tuffo in una piscina illuminata dal basso; è quella penombra avvolgente che fa di uno scatto cercato e atteso un’immersione in un modo distaccato e presente nella mente e nelle peregrinazioni di Samuele Galeotti?

 

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Samuele Galeotti © Mestre-Venezia, 2003

“My aim in painting has always been the most exact transcription possible of my most intimate impressions of nature.” Edward Hopper

Hopper, artista americano, si è sempre posto un dubbio nell’epoca in cui viveva attivamente, del 1950, se la cultura francese nell’arte fosse poi un leader sull’estetica rispetto agli altri stati e in particolare all’arte americana. Per lui era comunque l’arte astratta americana in autonomia, anche se l’influenza francese poteva apparire, agli occhi di spettatori e curatori, determinante.

 

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Edward Hopper, Autoritratto 1906

Essere influenzati da una cultura che proviene anche da altri territori è quello che fa di una ricerca artistica una connotazione di radicata conoscenza di quello che si vuole cercare dando al corso del lavoro una storicità che in futuro sarà riconosciuta.

Hopper sapeva calibrare dove porre il bianco, nei punti dove la luce doveva apparire nell’adombrarsi dell’atmosfera di una particolare scena descritta. Nella fotografia può avvenire la stessa cosa quando l’occhio si pone davanti al mirino e decide di scegliere l’inquadratura e di calibrarne la luce che entrerà nell’otturatore lasciando le zone in ombra a bilanciare o esaltare quello che la luce della notte fa emergere dall’oscurità come piccoli frammenti di visioni oniriche.

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Edward Hopper, Automat 1927

Le foto di Samuele Galeotti hanno la tecnica che va vista, non va spiegata è solo un puro scatto nella notte, e solo l’essere nel luogo e voler costruire la forma degli elementi che staranno insieme nella inquadratura. E’ tutto lì, basta solo osservarlo e ed essere risucchiati dalla scena.

 

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Samuele Galeotti© Noale, 2005

 

“The whole answer is there on the canvas.” Edward Hopper

Allora Samuele è un uomo notturno che è incuriosito dai momenti che si materializzano in un isolato panorama di vita notturna?

O ricerca la notte come dimensione di vivezza dei dettagli?

 

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Edward Hopper, Office in a Small City 1953

 

“painted short isolated moments of configuration, saturated with suggestion” Strand Mark scrive sul lavoro di Edward Hopper.

Quello che colpisce il lavoro di Samuele Galeotti non è tanto l’attinenza al pittore americano Hopper, quanto che lo stesso desiderio di ricerca ha prodotto qualcosa di biunivoco, come il referente desiderio di guardarsi alle spalle e ripercorre passaggi estetici che lo potessero stimolare, è l’inquadratura  di una grandangolare non spinto che avvolge gli elementi urbanistici come pittore paesaggista ancorato alla terra. Quello che resta allo spettatore è il sentire che questo è sintonia e non distacco.

 

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S Galeotti © Mestre -Venezia, 1996

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S Galeotti © Mestre-Venezia, 1991

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Samuele Galeotti ©Tangenziale di Mestre, 1990

I muri delle città di Samuele diventano, nella notte, parte di tele dove non c’è stata la stesura di un pigmento, ma il desiderio intrinseco che apparissero con quella morbidezza con quella vellutata luce insita nel colore sulla tela, che qui invece è stampata sulla carta.

Galeotti, fotografo che ha fatto del bianco e nero in fotografia una ricerca mentale di vita come se l’occhio fosse la sua macchina fotografica e la macchina ne fosse solo una necessità formale, sperimenta col colore una dimensione più mistica quasi di abbandono alla scena che va a costruire come un possibile fotogramma filmico di un noir francese o di un giallo americano.

 

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Samuele Galeotti © Mestre-Venezia, 1989

Nel colore questo fotografo si cimenta con la composizione direttamente sul luogo quasi a spostare gli elementi e se potesse a indirizzare le luci dove colpire le insegne ed aspettare che una luce si accenda dall’altra parte del muro dove la sua finestra si affaccia.

Allora il fotografo diventa un’anima nascosta che si aggira nella città nello scovare quello che occhi annoiati normalmente decifrano come “la fine della giornata”, mentre lui gli da l’inizio di una storia che spera si manifesti immantinente.

 

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Samuele Galeotti© Mestre-Venezia, 1990

La luce verdeggiante di neon e illuminazioni stradali si stagliano sugli edifici in lontananza dove il primo piano può essere adombrato come una casa abbandonata e quello che rimbalza è un notturno di blu intensi che il colore della fotografia esalta come fosse una vista a giorno della notte.

 

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Samuele Galeotti© La casa del doppio, Noale 2008

 

Sono edifici vuoti dove la vita è nascosta dove le mura non sono trasparenti, ma sono dipinte e come tali dense di materia e niente si aggira di vivente attorno e incidenti inaspettati rilasciano cromie violacee in cieli notturni. Animali notturni forse si muovono forse si aggirano nei giardini condominiali, ma non saprai mai se quello che stai vedendo è intimo o pubblico, è privato o condiviso. I personaggi sono anch’essi delle visioni immaginarie o sono il risultato di un riflesso di pubblicità su altre vetrate di altri edifici affacciati tra loro. Ricordano quelle scene di musical in cui lo spazio delle metropoli si amplificano, e come già le pitture di Hopper sono state d’ispirazione per registi americani che ne hanno trasposto l’ambientazione tale quale nei loro film.

 

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Edward Hopper, Nighthawks 1942

Lampi di luce che violacei sono dionisiache rimembranze di fuggire dalle assolate giornate dove tutto è più chiaro e la notte e l’oscurità è invece il mistero dell’evento creativo, ed ecco che Galeotti si aggira non furtivo, ma consapevole che la macchina fotografica manuale sarà lo strumento perfetto per trasformare l’oscuro inganno in una manifestazione estetica, quasi un gioco di svelare il giallo che è dietro l’angolo o oltre quella casa.

 

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Samuele Galeotti © Il Muro di Fermignano, 1994

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Samuele Galeotti© Senigallia,1992

Poi se una finestra da lontano è l’unico spazio che si accende dall’interno allora il mistero si amplifica e l’occhio indiscreto si domanda , cosa sta accanendo in quella stanza dove il resto del condominio è silente e dormiente?

Correre , sfuggire dal traffico , sfuggire dall’essere catturati da altri occhi, ecco cosa fa il fotografo si sottrae dall’essere riconosciuto per dipingere con la luce il mistero stesso in cui si muove.

 

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Samuele Galeotti© Mestre-Venezia, 1990

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11 Comments

  1. Samuele Galeotti says

    Ringrazio tantissimo di questa tua testimonianza intellettuale e di avermi associato ad un grande artista americano che ho sempre amato e che ha rappresentato con rigorosa osservazione e intima visione,la vacuità,l’alienazione e la solitudine della società contemporanea.

    • Grazie Samuele di aver peregrinato nelle notti , lasciando che la scia di luce venisse catturata sulla pellicola solo nel momento che il mistero era manifesto senza che la fretta subentrasse nell’inquadratura

      • Samuele Galeotti says

        Ho peregrinato per tante notti alla ricerca della luce e del colore nell’atmosfera,abbandonandomi all’istinto e alla reazione della pellicola.
        E’ vero,la fretta non è nella inquadratura, ma nel cogliere la luce e la sua tensione.

  2. Viviana Gottardo says

    Bellissima l’immagine del fotografo che diventa “un’anima nascosta nella notte” perché ,così, i suoi occhi possono decifrare il nuovo inizio di una storia in quella che i più definiscono ” la fine della giornata”. Samuele, sei “Grande”

  3. Sì, l’accostamento delle foto di Samuele Galeotti, che si muove a suo agio sia nel bianco e nero sia nel colore, con le ambientazioni delle città e periferie americane dei dipinti di Edward Hopper, nella disperante solitudine delle anime che vi si muovono, è pertinente. Evocative e sintetiche le foto, nella rigida partizione in campiture di colori, spesso elettrici e sempre densi, che rendono un taglio metafisico all’inquadratura, dove la presenza umana è quasi esclusivamente intuita. Bravissimo come sempre Samuele, nella sua originale poetica, anche in questo suo particolare racconto fotografico.

    • Gentile Fabrizio Zollo, la ringrazio del suo narrare tra arte pittorica di Hopper e quella fotografica di Samuele Galeotti; le parole che spesso ritroviamo trascritte dagli stessi artisti sono quel illuminare la vista agli spettatori che conoscono l’arte come lei, ma spero anche per chi si avvicina all’arte con la bellezza della curiosità e del rimanere alcuni attimi in quei dubbi di cui l’artista stesso a volte non sa perchè ci è arrivato, ma non può fare altro che percorrere quel cammino.

  4. Francesco Albertucci says

    Potremmo anche definirlo “la solitudine dei numeri primi”; persone che con altre sensibilità indagano i nostri contesti eliminando per un attimo (l’attimo fugace dello scatto) i contenuti, le persone. Riescono a restituirci una realtà diversa, dominata da luci,ombre, colori e da oggetti della realtà urbana, che diventano protagonisti grazie all’assenza momentanea della componente umana.
    In realtà l’enorme produzione iconica di Samuele ha un’altra componente estremamente forte ed antagonista a quella fredda e permeata da colori forti e molto contrastati. È quella di inizio carriera (con tanti rimandi nel tempo) che presenta le persone che vivono nei paesi con la loro grande naturalezza, il loro calore. Si conoscono tutti, così come conoscono Samuele e lui conosce loro (Samuele viene da Urbania, un piccolo paese della provincia di Pesaro-Urbino ad alta vocazione artistica, soprattutto nella ceramica); ed il tutto è presentato con un biancoenero molto “rassicurante”, frutto di notti passate in camera oscura.
    Concludendo, molto interessante il parallelo Hopper/Galeotti, con quest’ultimo che, come un Giano bifronte, riesce a presentarci con la stessa incredibile forza la solitudine metropolitana delle città dai legami laschi ed il calore rassicurante dei paesi in cui “tutti si conoscono”. Colore contrastato e freddo per il primo, biancoenero caldo e rassicurante per il secondo.

    • Gentile Francesco la ringrazio della sua attenta e minuziosa recensione che compie, rendendo ancor più vivi gli ossimori che aleggiano nella ricerca fotografica di Samuele Galeotti; quasi diventando tangibili anche all’immaginario collettivo che vorrebbe fare scivolare le proprie dita sulle carte stampate a mano in camera oscura.

  5. Giustissimo signora Ricci, sono d’accordo, ho sempre pensato che l’opera deve essere autoreferenziale, proporsi ed esporsi essa stessa da sola nella sua nudità e profondità. Deve essa soprattutto parlare e dire. Sta all’osservatore, al fruitore, anche alla persona più semplice e meno edotta riuscire a cogliere l’emozione che trasmette. Complimenti per il suo bel blog.

    • La ringrazio della sua attenzione e del tempo dedicato alla lettura di questo blog e buon lavoro a lei , Con cordialità Paola

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