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Questo è un pesce/ L’arte Paleocristiana e Henri Matisse.

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Raccontare la storia dell’arte appare sempre più chiaro che è un flusso continuo. Gli artisti e chi ha prodotto elementi definiti artistici, avevano la consapevolezza che nel parlare del proprio lavoro, esprimevano una profondità di contenuti che non dava tanto spazio ad altre interpretazioni. In alternanza la consapevolezza dei critici e o curatori spesso si appella nel credere di essere portatori di processi conoscitivi nell’arte.

A volte si trovano dei vuoti, proprio nella mancanza del confronto sulle cose dette dagli artisti stessi.

L’arte paleocristiana racchiude un periodo artistico in cui apparve la prima produzione artistica dell’era cristiana. Le testimonianze più significative,  risalgono in genere al IV secolo d.C.  Si diffonde il pensiero di gruppi di uomini e donne che si chiamano Cristiani  nel nome di Gesù di Nazareth. L’arte Paleocristiana è collocata principalmente nell’area della Roma imperiale, anche se il culto cristiano ha avuto dapprima una diffusione capillare in Oriente e poi Roma diventa il centro d’irradiamento culturale artistico.

Inizialmente apparirà tollerato per diventare dopo il luogo di sanguinose persecuzioni, poiché le religioni monoteistiche (fede in una sola divinità), non riconoscevano l’autorità dell’Imperatore e ripudiavano le gerarchie sociali.

All’inizio i Cristiani accoglieranno le forme espressive e artistiche della civiltà del tempo, specialmente nell’arte figurativa, stesso linguaggio dell’arte pagana, utilizzando gli stessi temi iconografici. Poi progressivamente hanno incominciato, essendo portatori di un messaggio religioso diverso, nel realizzare un costante rinnovamento nell’immagine sia nel campo delle arti visive che nell’architettura.

E’ importate osservare, come la concezione cristiana incomincia a rifluire nella sua “rappresentazione”, riproducendo immagine simboliche che narrino gesti e testimonianze citati nel Vangelo,  come la trasformazione dell’acqua in vino  ad una festa di nozze.

Oppure la vigilia della Passione  il Cristo che scelse una casa per celebrare con i Dodici  la cena rituale  della Pasqua ebraica.

L’arte Paleocristiana non avrà nulla della trasparenza metafisica essenziale dello stile romanico e gotico. E’ significativo, l’aspetto psicologico espressionistico, e non divinatorie. I grandi occhi sbarrati dei tardi ritratti romani esprimono una vita psichica intensa, intellettuale e affettiva, avendo poco a che fare col cristianesimo. La tensione di un messaggio cristiano la possiamo già intravedere nell’epoca ellenista, dove abbiamo visto la dinamicità realistica dove il movimento delle forme è ricco di passione e sentimenti.

L’arte cristiana dei primi secoli non è altro che una derivazione della tarda romanità, da alcuni definita anche di aspetto “degenerativo”.

Quello che però è interessante analizzare, con un occhio proiettato in avanti nell’arte, che la simbologia paleocristiana porta ad andare verso una “astrazione”, incorporea e piatta come un’ombra. Può sembrare priva di vita organica e vegetativa e voglia raggiungere un “ideale” più che una pittura sensibile. E’ un’esposizione concisa e schematica mutandosi in ideogrammi, simboli grafici che portano a un’idea al suo contenuto mentale. Si potrebbe dire che gli ideogrammi moderni attuali possono essere le faccine espressive che si usano in messaggi veloci attraverso i sistemi di scrittura.

La difficoltà di trovare documentazioni scritte dei portatori di immagini artistiche e figurative ci preclude un passaggio che come dicevo importate, quello che gli artisti parlano del loro “fare”.

I simboli nell’età paleocristiana “dovevano” evocare la presenza dell’essere Santo, con alterazioni di proporzioni naturali degli oggetti rappresentati. Abbiamo in queste rappresentazioni la “prospettiva invertita”, per cui la figura principale, più lontana dallo spettatore, appare più grande delle figure secondarie disposte in primo piano. Probabilmente le pitture nelle catacombe erano ad opera, di persone molto semplici e artigiani, dilettanti chiamati più per la loro vocazione che per il talento. Hauser, scrive nel suo trattato di “Storia sociale dell’arte”, questo passaggio storico  come il passaggio dall’impressionismo all’espressionismo.

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Interni delle catacombe in una stampa del XIX secolo

Le catacombe erano i luoghi in cui i cristiani si ritrovavano e per la sepoltura dei defunti, la scelta di porre i defunti sottoterra, era perché vi era la necessità di spazi estesi per accogliere anche migliaia di sepolture. All’interno di questi luoghi sono presenti varie forme di espressione figurativa, essenziali come si diceva. Le più caratteristiche rimangono le decorazioni pittoriche che si sviluppano sulle volte e sulle pareti delle gallerie e dei piccoli vani. Era una pittura immediata e ritenuta da un primo sguardo quasi ingenua. Questa ingenuità quasi “illustrativa” rende “giocosa” la sua espressione in contrasto al luogo che li raccoglie. Riscatta la sensazione di oscurità che doveva esserci nelle catacombe illuminate da torce di fuoco.

La pittura univa il senso di salvezza in un ambito narrativo. Nelle lapidi che racchiudevano le sepolture  ritroviamo un vasto repertorio  di simboli , pesci, barche, fari, colombe , pavoni, pale, pecore e agnelli, cervi vasi e corone. Il loro messaggio è facilmente decodificabile perché attingono sia dalla cultura religiosa ebraica sia a quella dell’Occidente latino, rammentando anche il messaggio di Cristo di comunicare attraverso semplici e brevi racconti allegorici ben note alle prime comunità cristiane attraverso il Vangelo.

Più elaborato è la simbologia del pesce che deve la sua identificazione con la persona del Cristo a un acrostico (espressione linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase): il termine greco,  pesce appunto, ed ogni lettera è l’iniziale di una parola, tutte insieme formano la frase “ Gesù Cristo, di Dio Figlio, Salvatore”.

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Pesce e pane eucaristico, Cripta di Lucina nelle Catacombe di San Callisto.

I delfini o più raramente i pesci furono usati nella simbologia funeraria come allusivi delle acque superiori che una credenza orientale diceva si stendessero dietro il firmamento e oltre la quale vi era una zona di fuoco che illuminava gli astri.  Il delfino era utilizzato in epoca paleocristiana, come motivo funerario solo o con tridente o con l’ancora. Il delfino attorcigliato a un tridente raffigura Cristo sulla croce in un affresco della 2 metà del II sec. d.C. nelle catacombe di Callisto e viene comunque utilizzato come immagine di Cristo.

Se noi leggessimo le poesie o testi letterari che ci parlano dei pesci, di storie fantastiche di pesce, potremmo immaginarli di qualsiasi colore e forma. Il pesce però una volta citato subito ci rimanda all’ambiente liquido dell’acqua, salata o salmastra.

Questo binomio di animale vivo in un liquido che lo accoglie, apre la mente a immaginare come si percepiscono i colori immersi nell’acqua e quando lo stesso elemento è fuori all’aria.

Quindi pesce e acqua sono una poetica quasi indissolubile e di conseguenza pesce è il nuotatore. La conformazione del corpo del pesce è intrinseca con quella della sua funzione principale che è quella di nuotare.

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Pesce d’oro e argento della China, 1800-1899. Disegno e Pittura di tempera e acquerello.

Lo scrittore praghese Franz Kafka stava in piedi e di fronte ai pesci all’acquario di Berlino e vedendo i pesci nelle vasche luminose disse “Adesso posso guardarvi tranquillamente, non vi mangio più” (Franz Kafka. Una biografia, Mondadori, 1956). Forse arrossire alla vita degli animali e avere vergogna di quello che l’uomo compie su di loro, provoca la vergogna emotiva. Safran Foer (scrittore e saggista statunitense), rappresentano “forse l’incarnazione stessa della dimenticanza: ci si dimentica della loro vita con una radicalità che è più rara quando pensiamo agli animali terrestri allevati”.

Allora vorrei invitarvi a leggere queste breve poesia di Gianni Rodari per far sì che qualcosa incominci a “nuotare” nella propria pancia e immaginarsi un pesce che sia qualcosa di caro, come un amico nascosto  e disegnarlo e colorarlo come fosse vivo nella propria casa emotiva e che possa fluttuare nel mare libero.

Indovina se ti riesce:
La balena non è un pesce,
Il pipistrello non è un uccello;
E certa gente, chissà perché,
Pare umana e non lo è.”

(Gianni Rodari)

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Mare e alghe, Stampa del 1745-1747 di Green John, ed. A. Thomas Londra.

La sintesi paleocristiana guarda alla forma che vuole racchiudere l’archetipo del pesce. E’ un simbolo cristiano, ma passa attraverso il binomio di forma- funzione. Ponendo attenzione sui dettagli della forma di un pesce vivo, rimane intatto la sua primaria peculiarità che è quella del nuotatore nel mare.

La ricerca di una sintesi formale e non sempre metaforica e avviene in quello che l’arte farà nel passaggio epocale tra l’impressionismo e  le correnti che seguiranno, Fauves e Cubismo. Si abbandona “il bello”, alla bellezza cromatica dell’impressionismo.

Gli oggetti che Matisse dipinge sono parte della “sua casa”, di ciò che semplicemente lo circonda. La semplificazione di una visione continua del mondo in cui s’immerge quotidianamente. Diventano come un vocabolario d’immagini che basta ad andare a vedere per tradurne un significato senza dover enunciare la parola, perché non vi è complicanza o ricerca di una bellezza “esagerata”.

Matisse era “ossessionato” dai pesci rossi in piccoli acquari nella casa, nello spazio circostante la sua vita di artista, su tavole più o meno, apparecchiate.

Forma ricca di stimolazioni sensoriali di una foto o di un disegno per poi azzerare come avviene in epoca paleocristiana e andare di nuovo avanti nel tempo verso la pittura astratta.

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Pesci rossi , 1912, Dettaglio Olio su tela cm 146 x 97 Henri Matisse, Museo Puškin di Mosca

Questo tipo di pesce fu introdotto in Europa nel 17° secolo e proviene da una tradizione orientale. Sono il simbolo della fortuna ed è un dono che compie il marito nel primo anniversario di matrimonio, perché simboleggia anche il senso di prosperità che entra nella casa. Non fu questo messaggio che spinse quest’artista nel dipingere una vasta quantità di dipinti dove il pesce rosso era presente, molto probabilmente fu per il suo viaggio in Marocco.  Matisse l’artista  della corrente artista “Fauve” e suoi seguaci che furono definiti le “ beste feroci”; racchiudendo in questa accezione la misura in cui usavano il colore e le forme che non si potevano definire “belle” dove il tono è “puro” senza molte variazioni, ma posto a confronto e a contatto senza un disegno dettagliato. Poi l’influenza del suo amico Picasso porterà a una essezialità delle forme che quasi si muovono senza tensione muscolare, annullando le possibili tensioni per raggiungere quella secchezza della forma dove spigoli  o curvature sono un “elementare”  stesura del colore. La terza dimensione viene annullata c’è solo la sillabica costruzione di un disegno pittura “piatta” ma  che vibra di luce. Soltanto i pesci accennano ad una sensazione di volumetria all’interno della vasca che li contengono.

Sembra che non ci sia confine tra disegno e pittura  guardando i dipinti sembra che uno sia la conseguenza dell’altro, però  Matisse distingue  separandoli come processi mentali del suo agire. Scrive in una lettera  del 1940 a Pierre Bonnard: “Il mio disegno e la mia pittura si separano. Il disegno rende quel che sento di particolare e mi va bene. Ma ho una pittura impastoiata dalle nuove convenzioni di tinte piatte con cui devo esprimermi completamente, di toni locali assolutamente senza ombra, senza modellato, che devono reagire gli uni sugli altri  per suggerire la luce lo spazio spirituale. Tutto questo non si accorda con la spontaneità che mi fa bilanciare in un minuto un lungo lavoro, perché io riconcepisco più volte un mio quadro durante l’esecuzione  senza sapere realmente dove vado, rapportandomi all’istinto”. “Scritti e pensieri sull’arte” di Henri Matisse.

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Pesci rossi , 1912, Olio su tela cm 146 x 97 Henri Matisse, Museo Puškin di Mosca

E’ un artista che non ha mai voluto sistematizzare le sue idee sull’arte e sul suo lavoro, abbandonando totalmente l’idea di crearne una dottrina perché questo non portava beneficio alla sua arte. Quello che è importante è osservare la sua pittura come i propri occhi cercano di vedere, seppur difficile è inoltrarsi nella pittura è come una dimensione di privarsi di un corpo e muoversi all’interno delle masse e die confini cromatici.

Gli impressionisti avevano sensazioni sottili che si differenziavano in fragili e intensi momenti dando origine a opere tra loro molto “simili”, ma non per questo non intensi. Sono impressioni fuggitive. Quello che avviene in Matisse e che riporta anche nei suo scritti è il non soffermarsi su un’impressione “momentanea”, ma andare  oltre la piacevolezza per trovare  una “stabilità” che non significa rigidità, ma è l’essenzialità.

Questa per trovare una durabilità del soggetto. Quello che è la simbologia paleocristiana che si è tramandata nel tempo, in essa vi è un messaggio di culto e quindi di credenza, quello che è la sintesi di Matisse  è il credo nell’arte .

Vi sono due modi di esprimere le cose: uno è mostrarle brutalmente , l’altro evocarle con l’arte”. Henri Matisse

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