Arte, Fotografia
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Pino Pascali, fotografie / Fondazione Pino Pascali

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Iniziare il catalogo con una citazione di Susan Sontag mi riempie di gioia perché fu una scrittrice che aprì la mia mente quando mi avvicinai al mondo delle immagini; saggista che analizzava lo spaccato sociale e i mass media e la fotografia; nel suo saggio “Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società” formalizzava come il nostro vivere e sentire attraverso la fotografia puoi scandire o no la concretezza di quel momento nello spazio che abbiamo occupato muovendoci.

Abbiamo l’occasione di vedere per la prima volta gli scatti di Pino Pascali che ha lui stesso stampato e che sono stati donati alla Fondazione da parte di Carla Ruta Lodolo; 120 scatti del 1965 insieme ad altri fotografi alla Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare.

 

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Pino Pascali , Festone 1965 Courtesey Fondo fotografico Archivio Fondazione Pino Pascali.

 

Pascali “adotta” il mezzo fotografico perché gli permette di elaborare il pensiero creativo e usa l’occhio come osservatore continuo che “blocca” quell’istante adempiuto nella realtà e poterlo osservare nuovamente con una “pausa” tra essere stato visto e rivedere di nuovo come carta stampata.

Impara a trattenere il respiro con l’immagine fotografica, come diceva Bresson del suo fare foto, perché lo scatto si effettui. L’opera d’arte si esegue, la fotografia è una prassi fonte per Pascali, di stare nell’arte e non lasciare che gli altri guardino lui, ma è lui a “riguardare” cosa stava pensando. La seduzione che provoca la fotografia su Pascali è anche quella che lui è rappresentato con le sue opere, in contatto unico tra oggetto e lui negli scatti di Abate e Mulas che lo riprendono.

 

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Pino PAscali, Due bambini 1965 Courtesey Fondo fotografico Archivio Fondazione Pino Pascali

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Pino Pascali Donna anziana con la scopa per strada, 1965, Courtesey Fondo fotografico Archivio Fondazione Pino Pascali.

 

Usare la macchina fotografica per Pascali fu quando incominciò la collaborazione con Sandro Lodolo, pubblicitario di Roma, che aveva fondato alla fine degli anni Cinquanta la Massimo Saraceni Cinematografica condivisa con Massimo Saraceni chiedendo a Pascali di diventare suo collaboratore. Pino incomincerà ad essere quello che studierà le scenografie per i filmati e userà una macchina fotografica per realizzarle; riscontra con la fotografia come fosse un taccuino di immagini, con la macchina Linhof, e poi partire alla grande nella produzione dei filmati per “Carosello”.

 

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Pino Pascali , Vicolo di Napoli 1965, Courtesey Fondo fotografico Archivio Fondazione Pino Pascali

 

Pascali vede il mezzo fotografico come mezzo che però guarda contemporaneamente a quello che la sua arte produce, egli cerca di creare un filo diretto tra “ricognizione ed elaborazione del progetto” e comprensione della realizzazione materica della scultura come “procedimento sinottico tra scultura e taccuini fotografici” , non per confermare qualcosa che nella sua mente arriva in modo fanciullesco, ma per espletare una discussione interna tra il “se” e “io” creativo. Ecco che le fotografie di Pino Pascali sono quelle di un bambino che quando si muove tra i vicoli di Napoli vorrebbe portare con se tutte le persone che incontra e il loro respiro o sorriso che rilasciano davanti all’occhio fotografico di Pino che passa tra di loro.

I curatori non a caso hanno posto in un dialogo visivo le foto di Pino Pascali con quelle di Cartier-Bresson che diceva a proposito della fotografia e che il catalogo cita, “l’immagine migliore è quella in cui si coglie l’attimo decisivo, il momento irripetibile in cui la mente, il cuore e l’occhio sono sulla stessa linea”.

Le foto di Pascali saranno quel libro di appunti per le campagne pubblicitarie di Carosello, ma anche per le sculture, come Grande come un cucciolo, Pinguino, L’Arcangelo dell’autostrada, L’Angelo vigile, Monumento a Paolo Uccello; lavori di un artista che sembra la mescolanza tra “un’ingenuità non perduta” con lo sguardo alle correnti artistiche di dadaismo e arte povera che mescola senza una filologia studiata, ma innervata dal suo fervore di ironia artistica.

Quelle sculture si animano come “edifici” che crescono in contesti inusuali e che ricordano le sue conoscenze sull’arte italiana, ma anche quella d’oltre oceano come Oldemburg.

 

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Pino Pascali Araba Fenice Fotografie © Courtesy Sandro Bongiani Arte Contemporanea – Salerno

 

In un’intervista di Pino Pascali con Carla Lonzi egli parla di questo artista americano in questi termini “I pittori, gli scultori di un tempo, come quelli contemporanei, mi interessano perché esistono. Un esempio, Oldenburg: ciò che non riesco mai a cogliere, non è la realizzazione. Non poteva sorprendere, essa aveva una tale presenza che non si poteva che ammetterne l’esistenza. No, era il modo in cui egli aveva modificato le regole del gioco, per far sorgere un oggetto dall’interno; come aveva fatto a far scaturire una realtà di questo genere?”

 

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Pino Pascali Mare, 1965 Courtesey Fondo fotografico

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La mostra sulle fotografie di Pino Pascali che sta per chiudere a Polignano a Mare, espone nella grande sala centrale della Fondazione, da cui s’intravede la sala successiva che si affaccia al mare, una quantità di scatti che sono messi in relazione formale con le fotografie di altri fotografi che hanno fatto della fotografia la loro forma di vita. Sono poste come una “tappezzeria” cromatica di bianco e nero su pareti, con citazioni dell’artista e si riflettono come ricordi verso le luci del mare che col sole rimanda una celestiale multi cromia che si fonde col bianco e nero.

Sono scene cittadine di metropoli o di piccoli nuclei di vita quotidiana, con tagli di visione che spaziano dal dettaglio all’uso di grandangolari o zoom spinti con anche l’ottica più semplice, ma più diretta che è il 50mm. Sguardi vicini e lontani, di controluce o di luce diffusa, ma sempre volti a catturare quello che la realtà rilascia senza remore e senza sotterfugi.

 

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Pino Pascali , Particolare di nave ciminiere 1965, Courtesey Fondo fotografico Archivio Fondazione Pino Pascali

Pino Pascali fotografa il mare, le imbarcazioni e le reti esprimendo quello che questa dimensione liquida gli “impone” il riavvicinamento ad una dimensione ancestrale di protezione ma anche di spostamento e i tagli delle sue inquadrature sono finalizzati a quella visione del dettaglio che diventa forma scultorea di materiale semplice e minimale come sono le reti da pesca. E’ l’impiego della materia organica che si traduce nelle sue sculture degli anni 1967, acqua, terra e raffia nutrono il suo manipolare la materia come semplice veicolo del suo corpo immerso in quel contatto, in una simbiosi di dialogo silenzioso non certo narrato alla gente, ma lasciato come ricordo da sviluppare.

“Si tratta d’immagini che si depositano su un immaginario di grande fascino, alludendo ai più noti studi all’interno di porti da parte di autori come Ilse Bing, René Burri, Gabriele Basilico o Arrigo Orsi.” Roberto Lacarbonara, nel catalogo della mostra.

“Fotografa un mare argenteo denso e materico, quasi un coagulo del liquido marino e che ricorda, anche cromaticamente, l’episodio con protagonisti Pascali e Mambor: i due si erano appena fermati dinanzi una colata di catrame, ancora caldo, e Pino disse “La materia, la materia è importante” parlandone come di un qualcosa di vivo. Vivo come il mare. “ Rosalba Branà, tratto dal Catalogo della Mostra.

PINO PASCALI. FOTOGRAFIE

 

 

 

 

 

 

 

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"lasciate nel sole questo brillare di stelle, come libere parole donate la luce, accompagnatele dove loro vogliono andare / let the dazzling stars shine, like words, to accompany them wherever they choose to go"

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