Cinema, Concept
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Piano sequenza / L’antitesi del montaggio

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Un segmento narrativo autonomo quanto può arrivare a durare nel cinema?

Una sola inquadratura, quanto può essere vista perfetta nel cinema?

Il piano sequenza è a prescindere dalla fase di montaggio di un film, nella storia presente le riprese non richiedono automaticamente l’uso del piano sequenza, diventa una scelta estetica e di pathos che il regista decide di usare e rappresenta le sfaccettature della sua “composizione” filmica finale.

Sfrutta la molteplicità dei piani all’interno della singola inquadratura e rispettando il tempo del mondo reale. Occorre fare attenzione nell’aspetto tecnico del piano sequenza che è, spesso confuso, con “Long take”. Il piano sequenza si assume, per intero, il ruolo di una scena, il long take se ne assume solo una parte di essa, che viene poi completata con altre inquadrature.

 

 

Nel film di Jean-Luc Godard, “Fino all’ultimo respiro” (1960), la macchina da ripresa prima li segue e poi li precede dando una sensazione che i personaggi fluttuano in uno spazio che è racchiuso nell’inquadratura. Quello che ha fatto, in modo straordinario, vent’anni prima Orson Welles nel film “Quarto potere” (1941); c’è una scena in cui si mescolano profondità di campo e long take, per riprodurre una realtà con una metodo fotografico chiamato “panfocus” che permetteva di mettere a fuoco diversi piani della stessa scena.

Sembra di muoversi e fluttuare nell’aria some un’anima sognatrice che si poggia a piacere sulle spalle di alcuni personaggi e sbirciando di qua e di la con la piacevolezza di far parte della scena di esserne quasi un artefice immaginario che il regista ti ha scelto.

 

 

Il regista che pensò per primo a raggiungere un film con un’unica piano sequenza, ma che a quell’epoca gli era impossibile fare perché le bobine permettevano solo la durata massima di 10 minuti, fu Alfred Hitchcock. Nel film “Nodo alla gola” del 1948, egli realizzò il film solo con diversi piani sequenza; occorrerà aspettare il 2002 quando Aleksandr Sokurov, riuscì a fare un film in un’unica piano sequenza in “Arca Russa” (girato in digitale proprio per sopperire a questo problema che avevano le bobine) e ambientato a San Pietroburgo. Questo film è realmente girato tutto in piano sequenza, ma il regista ha sfruttato alcuni momenti d’immobilità della macchina da presa, per dar modo agli attori e ai tecnici di spostarsi da una stanza all’altra e preparare la scena successiva. I momenti d’ immobilità hanno quindi la stessa funzione dei raccordi nascosti che Alfred Hitchcock utilizza nei suoi film, nonostante non abbiano interrotto realmente la ripresa

Il set del film di Alfred Hitchcock è un unico appartamento in cui le persone si muovono e la macchina da ripresa non si muove in simultanea con loro; la macchina per Hitchcock è sempre quell’occhio in più, la curiosità sul luogo del crimine. La macchina da ripresa si muove e scivola sul pavimento dell’appartamento con una scientificità dello spazio e degli eventi che verranno narrarti. Le pareti si spostavano per permettere alla macchina di fare le precise inquadrature che servivano alla narrazione non verbale.

 

 

Il piano sequenza non è ne una inquadratura fissa e ne una mobile, potremo dire che è “sostenuta” in una unità di tempo e di spazio; forse come le tragedie greche che iniziavano al calare del sole e si concludevano nell’arco di una giornata intera dove non c’era stacco e pausa tra un atto e l’altro, ma un lungo continuum recitativo.

Il piano sequenza, conosciuto per antonomasia, è quello della scena iniziale del film di Orson Welles, “L’infernale Quinlan” (1958), dove la sensazione che ha lo spettatore è che realmente egli sta vivendo quella scena; lui non si trova più al cinema, ma si trova nella vita “reale” del film.

Il film acquista un capovolgimento strutturale, è cioè per un attimo temporale, vita reale e poi rientra nella narrazione. La fiction risulta un oblio e la realtà appare per un tempo definito concreta che si materializza davanti fuoriuscendo dal telo bianco. Forse saranno le tecniche di ripresa che permettono all’occhio di sentirsi spostato direttamente in scena, l’uso dei carrelli, delle panoramiche, gru e steadycam, ma non importa cosa si usa nel cinema ma come lo si usa.

 

 

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