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Mosè / lo sguardo girato da Michelangelo

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Il testo biblico spiega il nome di “Mosè”, come una derivazione dalla radice משה, collegata al campo semantico dell’ “estrarre dall’acqua”, in Esodo.

Considerato una figura fondamentale nell’Ebraismo, Cristianesimo, nell’Islam e di molte altre religioni; fu un personaggio che racchiude l’immagine di un profeta, di portatore delle leggi divine e predecessore di fondatori di altre religioni. Nell’iconografia di questo personaggio a volte è rappresentato con le corna sul capo e a volte senza di esse. Questa caratteristica deriva da un passo della Bibbia.

Esodo 34,29

“Quando Mosè scese dal monte Sinai – le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui”.

Il termine che da avvio a questa trasformazione iconografica è “raggiante”.

Nell’ebraico scritto, non sono inserite le vocali per cui uno stesso termine può assumere significati differenti a secondo delle vocali che il lettore abbia deciso di inserire o del significato che abbia scelto di interpretare. In questo caso la radice trilittera può indicare sia il termine QARAN (anche Karan), con il significato di radiosità nel senso di una ‘irradiazione’ luminosa, sia il termine QEREN (Keren), in altre parole, “corna” nel senso dell’apparato osseo animale.  L’interpretazione data dai masoreti, che è quella adesso preferita dalla comunità religiosa canonica, è che l’autore volesse indicare appunto che il volto di Mosè fosse luminoso, irradiante luce.

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Mosè di Michelangelo, PaolaRicci©Photo

Ha prevalso l’interpretazione di luce, però molti pittori hanno continuato a preferire l’iconografia del profeta cornuto, in alcuni casi vi ponevano sul capo due fasci luminosi tipo corna che partivano dalla sommità del capo; una scelta che si pone in mezzo alle due interpretazioni.

La scultura marmorea di Mosè di Michelangelo è databile tra il 1513-1515 e ritoccata nel 1542; è conservata nella Basilica di San. Pietro in Vincoli a Roma nel complesso concepito per la Tomba di Giulio II (il Papa è sepolto in San. Pietro vicino allo zio Sisto IV).

La scultura fu la prima eseguita rispetto al complesso tombale, e fu anche l’unica pensata in precedenza da Michelangelo e usata per realizzare il ridimensionamento totale dell’opera scultorea che vide la luce dopo quaranta anni di tormentati passaggi e vicende.

Si pensa che il primo progetto della Tomba di Giulio II fosse del 1505; nel periodo che Michelangelo stava scolpendo il Mosè, egli stava anche facendo le sculture delle “Prigioni” presenti al Louvre ( Schiavo morente e Schiavo ribelle).

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Mosè di Michelangelo, Paola Ricci©Photo

Secondo un documento, la statua subì dopo venticinque anni una torsione del volto che eseguì il maestro Michelangelo Buonarroti; i motivi furono religiosi e la scoperta di questo evento eccezionale di girare e compiere una torsione di una statua di marmo è stato documentato dallo studio di Christoph L. Frommel. Egli cita il ritrovamento di un documento, da parte del restauratore Antonio Forcellino, di una lettera di un anonimo conoscente di Michelangelo che riferisce, poco dopo la morte del maestro, avesse girato la testa del Mosè, solo in un secondo momento.

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Mosè di Michelangelo, Paola Ricci©Photo

Durante il restauro altri indizi si sono aggiunti a confermare l’ipotesi: l’imponente barba è tirata verso destra, perché a sinistra sarebbe venuto a mancare il marmo per rifarla perpendicolare com’era nella prima versione; per appoggiare indietro il piede sinistro  l’artista è costretto a stringere il ginocchio di cinque centimetri rispetto al destro.

Il motivo di questo lavoro successivo da parte di Michelangelo è di origine religiosa. Secondo Frommel, egli distoglie lo sguardo dagli altari nell’abside e nel transetto, dove erano venerate le catene di San Pietro e concesse le indulgenze a innumerevoli pellegrini, proprio come se avesse visto un nuovo vitello d’oro.

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Transetto Basilica di San. Pietro in Vincoli a Roma, Paola Ricci©Photo

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Transetto Basilica di San. Pietro in Vincoli a Roma, Paola Ricci©Photo

Quello che appare è che lo sguardo del profeta è rivolto verso il transetto destro e da dove la luce entra dalle finestre che danno sul portico della Basilica. La sua altezza è data dallo sguardo rivolto fuori all’uscita come se la sua energia o la sua rabbia per il popolo che ha idolatrato il vitello d’oro sia contenuta dalla sua postura dal suo piegamento delle gambe ma anche del suo radicalizzarsi nella casa di Dio. Deluso dal Popolo, lui trae l’energia voltandosi verso la luce e tenendo stretto il suo potere ”le tavole con la legge”.

 

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Mosè di Michelangelo, Transetto Basilica di San. Pietro in Vincoli a Roma, Paola Ricci©Photo

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Portico della Basilica di San. Pietro in Vincoli a Roma, Paola Ricci©Photo

Contenere le passioni per rivolgere lo sguardo altrove, così Freud intendeva analizzare questo grande profeta incarnato nel marmo di Michelangelo Buonarroti.

Lo studioso di psicanalisi proietta se stesso nella bellezza di quest’opera?

Dolore e sdegno?

Impeto represso?

Autocontrollo ritrovato con la fatica?

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Portico della Basilica di San. Pietro in Vincoli a Roma, Paola Ricci©Photo

I conflitti interiori sembrano che si proiettano sempre nella capacità di osservare le opere d’arte, la scultura permette di avvicinarsi maggiormente a questa proiezione che compie l’umano che si trova inesperto nella lettura di opera d’arte. La bellezza a volte spaventa, la grandezza a volte ci pone nella condizione di interrogarci e Mosè non ci guarda, non incrocia lo sguardo con altri, devi andare a cercarlo, devi girare attorno nello spazio e porti nel suo mistico e terrena postura rivelatrice.

Salvare le tavole, proteggere la legge e quello che Mosè riversa in noi spettatori?

Si racconta che Michelangelo nel finire la scultura di Mosè gli chiedesse:“Perché non parli?”

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Mosè, Lia e Rachele , complesso tombale di Giulio II, Paola Ricci©Photo

L’opera nella sua totalità architettonica vede ai lati di Mosè, dentro le nicchie, le statue di Lia e di Rachele simboli della vita attiva e contemplativa, opere di Michelangelo, ma completate da Raffaello da Montelupo.

Per arrivare al definitivo progetto (1542-1545) ci furono, nel tempo, ben sei progetti diversi. Nell’ultimo progetto l’architettura del piano superiore, fu realizzata da Giovanni di Marchesi e da Francesco d’Urbino, a Raffaello da Montelupo fu affidata la Madonna col Bambino, il Profeta e la Sibilla (tutte già sbozzate da Michelangelo nel 1537). Il Papa disteso è opera di Tommaso Boscoli.

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Michelangelo, secondo progetto per la tomba Giulio II

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Mosè di Michelangelo nella Tomba di Giulio II,Paola Ricci©Photo

Michelangelo visse pienamente “la tragedia della sepoltura”, di questo progetto architettonico scultoreo che lo portò avanti, fino alla sua morte. Il progetto inizialmente doveva comprendere la presenza di oltre quaranta statue. Poi fu ridimensionato con l’idea che si addossasse a una parete della Basilica e la presenza di sette statue, di cui solo tre di Michelangelo e poi solo Mosè realizzato dalla sua mano; egli disse al suo biografo “questa sola statua è bastante a fare onore alla sepoltura di Paolo Giulio II”.

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Complesso della Tomba di Giulio II, Paola Ricci©Photo

Questo lavoro, sulla tomba del Papa, portò Michelangelo a vivere momenti di continuo rabbia nascosta, e sottesa verso il genere umano che lo accusava di aver prodotto un’opera al di sotto delle aspettative richieste e così lui ci parla di come viveva questo momento: «Io mi truovo aver perduta tutta la mia giovinezza, legato a questa sepoltura; […] la troppa fede non voluta conoscere mi ha rovinato; […] per l’amore che portavo a detta opera, […] ne son pagato col dirmi ch’i’ sia ladro e usuraio da ignoranti che non erano al mondo […]. Prego Vostra Signoria, quando gli avanza tempo, legghi questa storia e serbimela, et sappi che di gran parte delle cose scripte ci sono ancora testimoni. Ancora quando il papa la vedesi, l’arei caro, et che la vedessi tutto il mondo, perché scrivo il vero, e molto manco di quello che è, et non sono un ladrone usuraio, ma sono cittadino fiorentino, nobile, e figliolo d’omo dabbene»

Ora lo sguardo umano che dal basso verso l’alto si pone a toccare gli occhi di tali persone che dalla pietra marmorea ci osservano, questo incute rispetto e meraviglia come se si entrasse in un confine in cui il silenzio occupa posto al suono dei passi che si compiono nell’avvicinarsi a quest’architettura che appare leggera ma possente nella sua energia.

 

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"lasciate nel sole questo brillare di stelle, come libere parole donate la luce, accompagnatele dove loro vogliono andare / let the dazzling stars shine, like words, to accompany them wherever they choose to go"

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