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MELTINGTIME / Kirsten Justesen

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Artista danese Kirsten Justesen vive nella Copenaghen degli spazi infiniti e delle isole che s’inanellano nell’orizzonte delle acque del Mare del Nord, dove la narrazione è soffiata nelle orecchie della

gente come un bisbigliare sottile; la città appare, con la natura che la circonda, un mistero e non puoi che rimanere catturato dentro. Donna che ha vissuto il femminismo e la sua fisicità come un “movimento” non solo politico, ma proprio nella sua totalità della sua “rappresentanza”.

La sua pratica è la scultura intesa come totalizzante esperienza: body art, performance e istallazioni. Il suo grande motto è allora questo: “ MY BODY IS MY TOOL”. Il ghiaccio è un mezzo perché il corpo si attivi su processi che esponenzialmente sono insiti già all’interno della struttura viva del corpo; la pelle è il sottile confine dove il giacchio fondendosi diventa la nuova pellicola perché i movimenti e le posture e le posizioni spaziali siano l’espressione estetica di quest’artista danese.

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©Kirsten Justesen ICE HANDS-1 2000

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©Kirsten Justesen ICE HANDS-3 2000

La performance e la documentazione fotografica permettono di ricreare quel ponte esperienziale tra lei e l’osservatore. La frammentazione fotografica della totalità dell’evento diventa un altro modo di rivedersi attiva,  rappresentativa per il pubblico che come in una caverna entra nello spazio e legge i messaggi disseminati tra le pareti, nei punti spaziali in cui si aggira.

Il progetto MELTINGTIME è racchiuso già nella parola,  racchiudendo un’infinità di significati, ma la relazione che si crea sul progetto di Kirsten Justesen,  sulla loro confluenze è quella di vederli espressi nelle opere, che sono fondamentalmente delle SCULTURE .

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©Kirsten Justesen ICE HANDS-6 2000

 

time, material, body, action, language and archive “

Come nel lavoro Skulpture II (1968), dove la fotografia è la scultura che diventa tridimensionale racchiusa in una scatola.

Ma è la scatola o il corpo nudo della donna a essere la scultura?

Il dilemma è, dove sta il corpo nella scatola o nella foto è accovacciato nella scatola o nel riquadro della foto o nel riquadro della carta tagliata?

Quel corpo continuamente citato è quello dell’artista, che “usa” e “utilizza” nel tempo artistico della sua dimensione.

Ecco il “time” diventa elemento estetico intrinseco al corpo come se la pelle diventa quella famosa pellicola fotografica sui cui si depositano i vissuti rielaborati nel passaggio onirico tra veglia e sonno.

Così lei parla del suo corpo: “I can see my body in the mirror and in photographs. It can be drawn, photographed, cast. Leave impressions. Become fatter, become thinner. Become pregnant. Become old. My body can be dressed and undressed. / It is always at hand.”

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©Kirsten Justesen 2000-2002 PEDESTAL PIECE

Così l’opera cambia lei, più che lei cambi l’opera. Però essendo la scultura, il suo corpo ecco che si viene a costituire uno scambio d’interferenze continue come se si creassero dei corti circuiti che generano pero lo scintillio nello spazio espositivo.

La domanda dell’osservatore è palese, si chiede:

“Io sto guardando un’opera o un corpo?”

Ecco che il viso non appare e questo rende maggiormente attivo questo corto circuito quasi ci si dimentica che è un corpo e si percepisce la voluminosità del ghiaccio tutto uno con il corpo.

Giaccio monumentale inserito in un ambiente di caverna o di assoluto isolamento da elementi esterni che potrebbero modificare il peso, la dimensione e la densità del blocco di ghiaccio.

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©Kirsten Justesen 2000-2002 PEDESTAL PIECE

La monumentalità delle sculture del passato rappresentava il corpo lo edificavano come occupazione dello spazio, Kirsten fa risuonare la stessa enfasi, ma no da spazio a interpretazioni sul soggetto, lei rappresenta la concretezza della scultura lei usa il corpo concreto. La concretezza di materia scultorea e il corpo uniti tra loro in modo quasi indissolubile sono presenti nelle opere scultoree di Michelangelo nella serie di “Prigioni”, opere definite non concluse quattro di esse e due terminate dal maestro. In quelle non concluse il blocco di marmo assume una connotazione fortemente simbolica, dove i “tormenti” dell’artista” sono insiti nel movimento avviluppato alla materia del blocco.

Michelangelo, Schiavo che si ridesta

In Kirsten Justesen il corpo è l’arte come lei definisce “It’’s a body of art” e questo corpo incontra l’iceberg, la massa che appare e scompare sciogliendosi, facendo emergere altre materie. La materia solida diventa liquida, e l’acqua col variare della temperatura solidifica nuovamente la materia prendendo forma di ciò che contiene il liquido. In Groenlandia lei si è unita alla materia si è messa in diretto  contatto con l’iceberg. Come la definisce lei diventa una “cooperazione” tra l’essere umano e il ghiaccio.

Metamorfosi?

Trasformazione?

Occorre sapere aspettare?

Lei stessa è la scultura con l’iceberg?

I materiali sono scelti come un atto d’incontro da parte dell’artista che fa del suo corpo uno strumento lavorato rimodellato proprio in questa confluenza di materiali diversi: il ghiaccio e la pelle.

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©Kirsten Justesen ICE PEDESTAL 2000

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©Kirsten Justesen ICE PEDESTAL 2000

La triade del tempo per Kisten è un altro aspetto fenomenologico, l’opera racchiude il passato, il presente e il futuro; quell’estetica del vissuto nel presente ma collegato al passato e proiettato nel futuro. Lo scorrere del tempo nella visione soggettiva dell’essere umano come una catalogazione delle situazioni vissute e che si potranno vivere nuove in ciascuna proiezione.

“L’orologio ci indica l’ora, ma nessun orologio indica mai il futuro né ha mai indicato il passato. Ogni misurazione del tempo significa ricondurre il tempo alla quantità” Martin Heidegger.

“ Io dispongo forse dell’essere del tempo e con l’”ora” intendo oltre al tempo, anche me stesso?

Sono io stesso l’”ora” e il mio esserci è tempo?

Oppure in fondo, è il tempo stesso che ci procura in noi l’orologio? “ M. Heidegger

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©Kirsten Justesen ICE PEDESTAL 2000

La transitorietà della ricerca nel lavoro di Kirsten è l’esplicazione di “concept” di forza calamitica, sull’impossibilità di ripetere lo stesso gesto e quindi la stessa scultura e la non possibilità di circoscrivere l’opera artistica in un’unica elaborazione. Abbiamo l’aspetto performativo, lo scatto fotografico, la stampa dell’immagine e la posizione di questa nello spazio dell’istallazione. Sono concatenati ma anche autonomi e questo rende l’opera sfuggente ed è un attacco al mercato dell’arte degli anni ’70 che non conosceva appieno la complessità di porre tutti questi elementi insieme, confluire in un unico scorrere.

“The ice performs all by itself “.

Meltingtime è un progetto che non ha un taglio politico col continuo scioglimento dei ghiacciai, la sua è pura connessione tra il corpo e la materia fisica del ghiaccio e il suo scioglimento non è altro che una riattivazione del processo creativo in cui lei si immerge ogni giorno.

 

 

 

 

 

 

 

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