Arte, Arte & Opere
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Mark Tobey (1890- 1976) / l’inizio senza confini

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Quando s’incomincia con un viaggio per terre sconosciute, non si sa cosa s’incontra e questo molto spesso cambia la visione di se stessi e di quello che avverrà nella propria vita.

Mark Tobey partirà nel 1934 per un viaggio in Cina e in Giappone e lì apprenderà l’arte calligrafica che porterà i suoi lavori verso la creazione White Writing (scrittura bianca). Artista americano, gli è stato attribuito da diversi critici di essere stato il precursore di diverse correnti artistiche e di stili pittorici trasversali rispetto a quelli che si stavano sviluppando, ma lui si è sempre allontanato da queste speculazioni estetiche.

Anticipare correnti artistiche, significa disegnare quando il pensiero è già avanti?

Significa non porsi dei limiti che poi sono stati definiti da studiosi e/o teorici che hanno precisato le basi di quella corrente artistica?

La visione che quest’artista aveva, era intrisa di misticismo che “viaggiava” sulla sua mano e di come usasse gli strumenti pittorici e del disegno; l’essere illuminato era una condizione in cui lui permaneva continuamente e stava su delle strutture di percorsi pittorici in cui si muovevano altri artisti.Egli non era parte dell’essere a contatto con l’opera per partire da paesaggi, in cui la forma era essenziale, ma era  la materia dell’olio che si mescolava con la densità sulla tela, dando cromie di passaggi lievi e indistinti avvicinando le  pennellate sovrapposte. Gli inizi, spesso negli artisti, sono vicini al paesaggio, alle definizioni di forme facilmente riconoscibili come appartenenti a quello che è stato visto e non si ha voglia altro che farne un’immagine “modificata” per passi tenui. La lentezza della ricerca è per poi esplodere come consapevolezza di quello che si è visto. Ed ecco che il ”figurativo” diventa un trampolino da cui tuffarsi in un mare infinito che poi sarà la ricerca sulla ricerca, come una specie di perdita di controllo che è il “fare” reale.

Quindi possiamo menzionare l’espressionismo astratto, che fu una concretezza maggiore su quello che l’astrattismo stava balenando. Poi nel 1934 quando egli compì il viaggio in Cina e in Giappone, ed  entra in contatto con il pittore Teng Kwei, dal quale è fortemente influenzato, impara l’arte della calligrafia che è l’arte del calibrare la mano col pennello, con l’inchiostro e con la carta. Il rito della calligrafia è il rito del pensiero segnico come assetto corporale nel compiere un gesto raffrontandosi con gli strumenti e con la materia calligrafica; l’inchiostro la sua liquidità, la sua densità, la discesa del pennello nella ciotola che contiene l’inchiostro per attingere a questa materia e poi depositarla sulla carta che sia asciutta o / e bagnata, il movimento della mano del braccio ed infine il corpo che asseconda la mente e viceversa.

Tutto questo fare è una dimensione mistica che distacca l’artista dalla dimensione terrena del paesaggio e delle città americane da cui lui arriva; le grida della gente, gli spostamenti delle luci nelle metropoli americane tutto si modifica in un assetto antropologico di regressione che porta l’artista al suo minimalismo interno senza strappi e senza fatica e soprattutto senza etichetta formale. Ritornando in America a Seattle, l’anno successivo, fonda la Scuola del Pacifico, iniziativa aperta alle sollecitazioni dell’Arte, e della filosofia dell’Estremo Oriente, in armonia dei principi zen e delle letture che compì.

Durante un’intervista con Katharine Kuh, Mark Tobey disse al rientro dal suo viaggio in Giappone e Cina: “Al monastero zen mi fu dato un dipinto Sumi su cui riflettere; si trattava di un grande cerchio vuoto, eseguito con il pennello. Che cosa rappresentava? Lo guardavo ogni giorno. Indicava l’altruismo? Rappresentava l’Universo – nel quale avrei potuto perdere la mia identità? Forse non riuscivo a cogliere l’estetica e la raffinatezza del tratto, che a un allenato sguardo orientale avrebbe invece rivelato molto sul carattere dell’uomo che lo aveva dipinto. Dopo quel soggiorno, tuttavia, mi accorsi di avere nuovi occhi; ciò che prima mi appariva di poca importanza diveniva amplificato, e le riflessioni non erano più basate sul mio precedente modo di vedere.”

L’automatismo nella consapevolezza dell’azione è la grande forza di quest’artista che lavorerà, gran parte dei suoi anni, su dimensioni piccole in rapporto al gesto che riproduce sul supporto, tale che lo spettatore è affascinato quando si avvicina all’opera risucchiato in un mondo invisibile ma concreto, e allontanandosi ha la sensazione di perdere quella concretezza per essere sospinto nel fluttuare della cromia e del segno disperso sulla piccola superficie. Ripetere il segno per diverse volte  diventa  la consistenza che assume sovrapponendo il pigmento e  l’acqua aspettando  l’essiccazione del colore,  per aspettarlo ancora i diversi segni e cromie. Essi diventano dei tessuti mentali inconsci non controllati che portano a un risultato di meditazione estetica, come non abbandonare la concretezza dello spazio su cui opera e come i colori gettati in acqua, possano ritornano a galla e depositarsi uno accanto all’atro. Sono forme concatenate come flash d’immagini che appaiono e poi scompaiono, li unisce solo la leggerezza del segno anche quando ossessivamente la sovrapposizione annulla il fondo di partenza, come se non ci fosse superficie di carta o tela o cartone che sia, ma solo segno sospeso e mescolato con la grazie di cammini di gru sulla sabbia.

La ricerca ad un’autentica espressione dello spirito lo conduce alla scoperta dei valori del segno; dalla famosa opera Broadway Norms del 1935, la sua pittura si configura come una “scrittura bianca” in cui la luce si materializza in una fine calligrafia. Tobey la descrive così: “Il tratto prevale sulla massa, ma io provo a compenetrarlo con un’esistenza spaziale. Scrivere la pittura, sia essa colorata o in toni neutri, diventa una necessità. Spesso ho pensato che il mio modo di lavorare fosse una performance, nel senso che il mio quadro doveva essere realizzato tutto in una volta o non essere realizzato affatto. Era esattamente il contrario del “ costruire “, principio al quale mi ero attenuto tempo addietro”.

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Luce filante (Threading Light)
1942,The Museum of Modern Art,
© 2017 Mark Tobey

“Luce filante” è il sottotitolo della mostra presente alla Guggenheim di Venezia; filante come le stelle ma anche come i fili che una scia di luce che si estendono nello spazio, nel suo muoversi nel tempo e nell’estensione tridimensionale?

La luce è un archetipo simbolico in tutte le dottrine religiose ed è il “volano” per raggiungere uno stato spirituale interiore per avvicinarsi al divino. Debra Bricker Balken, curatrice della mostra, parla della risultante che si amplifica nel lavoro dell’artista, come : “all’interno di questo mix di fonti, Tobey è stato in grado di evitare uno specifico debito col Cubismo, a differenza dei suoi compagni modernisti, fondendo elementi legati a linguaggi formali in composizioni che sono sorprendentemente radicali e al tempo stesso meravigliose”. Il debito al Cubismo come corrente che ha sotteso i grossi cambiamenti epocali della pittura della prima metà del ‘900, risulta come un passaggio dove le anticipazioni di Cézanne erano quello che lui sentiva come necessità primaria per lavorare sul colore.

“Le sensations colorantes qui donnent la lumière, sont cause d’astraction, qui ne permettent pas de couvrir ma toile, ni de poursuivre la délimitation des objets quand les points de contact sont tenus, delicats, d’où il ressort que mon image ou tableau est incomplète.” (Gasquet, Cézanne).

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Paul Cézanne, Maison Maria with a View of Château Noir, 1895 Kimbell Art Museum

La coscienza di Cèzanne era chiara che quel lasciare il bianco, spazi vuoti nelle tele, fosse un passaggio necessario non per la forma, ma fosse in linea con la luce che doveva assorbire i paesaggi impressionisti, la pennellata si modifica per abbandonare la presenza greve del olio e avvicinarsi alle velature e alla luminosità dei colori. La densità in contrapposizione alla luminosità.

Come nei primi lavori di Tobey ed a una sua evoluzione sulle tempere velate sulla carta. La volumetria si raggiunge con la velatura e la trasparenza dei colori diluiti maggiormente. Le tessiture si dipanano per la leggerezza delle tinte che perdono la densità e la pastosità del colore senza l’aggiunta di diluente.

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Il vuoto divora l’era del gadget (The Void Devouring the Gadget Era)
1942,The Museum of Modern Art, New York © 2017 Mark Tobey

Lo stesso Mark Tobey è stato esplicito riguardo all’influenza della sua fede sulla sua opera. Nel 1962 affermava: “Devo dire che mi ha dato una forza straordinaria e io ho cercato di utilizzarla senza fare propaganda. È vero che oggi si parla di stili internazionali, ma credo che nell’avvenire si parlerà di stili universali… l’avvenire del mondo deve essere la materializzazione della sua unicità, questo è l’insegnamento principale della fede Bahá’íe come la intendo io, e a partire da quest’unicità emergerà un nuovo spirito nell’arte”. Per Tombey quest’universalità del divino e fonte di tutta la creazione e di tutte le religioni hanno la stessa origine spirituale provenendo dallo stesso Dio.

Quest’universalità è poi la sua capacità di non stare su una definizione dell’essere artista e di rientrare in uno stile preciso, ma la necessità di sentirsi svincolato da etichettature, ma saldamente legato a un’origine unica che è per tutte le sue manifestazioni artistiche. Come se si annullasse in un principio fondante che è lo spirituale che sta in lui e che si espande al di fuori di lui con la sua arte.

Mark Tobey, definito “il vecchio maestro della giovane pittura americana”, muore a Basilea il 24 aprile 1976, lasciando un’opera di un’importanza internazionale che resta ancora da scoprire.

http://www.guggenheim-venice.it/exhibitions/tobey/index.html

 

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"lasciate nel sole questo brillare di stelle, come libere parole donate la luce, accompagnatele dove loro vogliono andare / let the dazzling stars shine, like words, to accompany them wherever they choose to go"

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