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Mario Maccatrozzo / Pitture

Cosa può essere la pittura senza il segno, senza che la pennellata che sia insita nel risultato dell’opera finale? Possiamo disgiungere il gesto della mano del pennello al colore che scivola  sulla tela ?

Sembra irrinunciabile la cremosità del colore con il gesto che compie il pennello sulla tela nella pittura, ancora di più in quella pittura che si compie difronte a un soggetto paesaggistico in un tempo veloce che si racchiude in alcune ore del giorno.

Quello che ho visto nei lavori di Mario è la padronanza e la consapevolezza che quel colore viene dal suo essere “Pittore”, ma non perché l’avesse ricercato ma perché è un dono che compie verso se stesso, l’inevitabilità della sua esistenza. La pittura è una disciplina che nella sua estemporaneità unisce la magia della conoscenza degli strumenti con il sentire sulla pelle il binomio atto-cromia.

 

Mario Maccatrozzo, Pittura, Paola Ricci©Photo

Mario Maccatrozzo, Pittura, Paola Ricci©Photo

 

Lui la compie nel giorno nella luce che cangia e che ricerca senza paura e senza allontanarsi un attimo dalla lucentezza di tutte le cromie, come se fossero continuamente rispecchiate da fasci di luce che rimbalzano tra loro nel soggetto rappresentato. Pur definendosi un pittore non “intellettuale”, la sua pittura studia attentamente la tavolozza che compone i suoi quadri.

Le ombreggiature sono fatte col bianco o con il colore del soggetto tagliato col bianco, come anche gli elementi che si trovano sul fondo della contemplazione di un paesaggio.

Il bianco diventa così anche la cromia di una massa costitutiva di edifici visti in lontananza dove il cielo, schiarito, ne permette la visibilità formale.

 

Mario Maccatrozzo, Pittura, Paola Ricci©Photo

Mario Maccatrozzo, Pittura, Paola Ricci©Photo

 

Le colline o montagne sono puro colore o di una vegetazione che arriva fino alla cima, oppure di riflessi “colorati” che azzerano la vista di una gamma di grigi delle rocce delle montagne.

La direzionalità delle pennellate che s’incrociano tra le cromie diverse, adduce alle creste e ai dislivelli di una montagna che appare un astrattismo metaforico non ricercato.

 

Mario Maccatrozzo, Pittura, Paola Ricci©Photo

Mario Maccatrozzo, Pittura, Paola Ricci©Photo

 

I paesaggi di Mario Maccatrozzo possono essere definiti “irreali” pur apparendo come tali; Marcuse diceva a proposito dell’opera d’arte “ Il contenuto (la realtà costituita) vi appare peraltro solo come estraneo e mediato. La verità dell’arte consiste nel fatto che il mondo è realmente così come appare nell’opera d’arte”. Nelle pitture di Mario non c’è quindi nessuna separazione tra ciò che lui osserva con quello che rappresenta è un unico filo, come se la sua pittura ha il potere di trasformare la concretezza del paesaggio con quella della luce impressa sulla tela.

Poi egli compie dei lavori in cui la pennellata si stende senza lasciare livelli diversi sulla tela, ma come campiture che apparentemente eliminano profondità. Sono ricerche che realizzano una metafisica rappresentazione del “suo studio”, dove l’artista si muove, dove i suoi sensi si esprimono e dove egli rappresenta i suoi strumenti, come il cavalletto, la scatola dei colori o i manichini dei soggetti vivi in movimento immaginato.

 

Mario Maccatrozzo, Pittura, Paola Ricci©Photo

Mario Maccatrozzo, Pittura, Paola Ricci©Photo

 

Giorgio De Chirico scrive: “Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito; ed ogni volta che guardo questo quadro rivivo quel momento. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile. Perciò mi piace chiamare enigma anche l’opera che ne deriva”.

 

Mario Maccatrozzo, Pittura, Paola Ricci©Photo

Mario Maccatrozzo, Pittura, Paola Ricci©Photo

 

I manichini di Mario, si muovono come ombre o come masse tra lo studio e il giardino e i colori sono allora stesi senza mescolarsi tra loro rimanendo ascrivibili nel loro spazio come inducessero lo spettatore a rimanere sospesi e “sospetti” per provare a sentire una sensazione di essere in quello spazio e di potersi “aggirare” nello studio del pittore.

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