Architettura & Design, Arte
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L’orbita architettonica II

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Sembra che la connessione tra artista e architetto sia stata campo di argomentazione in epoche non molto recenti, come una sorta di corrispondenza “epistolare” storica che si ripete nel tempo; riscontrando una confusione sulla vera nascita della storia nell’architettura e anche della storia in senso lato, argomentare diventa una pratica storica che può confutare l’arbitrio degli studiosi in questo campo. La ciclicità dell’interdisciplinarità o meglio la perturbante connessione tra le visioni erudite di campi diversi, ma presenti in porzioni di insiemi condivisi, è fonte di studio e di stimolo alla conoscenza delle due arti.

Andreas Beyer (1956-) scrive a proposito della storia delle immagini: “German historian Reinhard Koselleck and sociologist Niklas Luhman both taught us that the image modern society makes of its past is always a contemporary product of its own reflection.”

 

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Johann Fischer von Erlach, Pharos of Alexandria Ricostruzione

Seguendo le anticipazioni di un architetto austriaco del ‘700, Johann Fischer von Erlach,  ci invitava ad osservare e come possiamo continuare a domandarci come “l’orbita architettonica” si muove nello spazio: “to please the eye of the amateur by some examples of different ways of building and to inspire artists to inventions rather than to inform the erudite.”

La modalità di rappresentazione tra natura ed artificio rende dubbioso la sua storicità o è la realtà  quotidiana più avvincente?

 

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Jana Sterbak Psi a Slecna (Defence) (1995)
Galleria Nazionale, Roma
Paola Ricci©Photo

In Jana Sterbak (1955-), artista praghese, in bilico tra fragilità e manifestazione sociale è una presenza artistica in uno “spazio-d’azione” mentale, ma anche è  soprattutto corporale.

Nel progetto Psi a Slecna (Defence) (1995), il vestito sospeso diventa la memoria dell’evento che è passato e si è manifestato, ma che non è ancora terminato ed è nel presente e nel futuro, potendosi avverare nuovamente.

La relazione è tra la donna vestita e il cane, essi emettono suoni vocali a confronto tra voce ed abbaiare, sono le relazioni temporali che l’arte delle performance descrive come momenti irripetibili , ma trasmettendoli sul monitor sono memorie futuribili.

La degenerazione tra la donna e l’animale è la cacofonia dei suoni ?

Oppure è l’estremizzazione della non possibilità di controllare la realtà?

 

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Jana Sterbak Psi a Slecna (Defence) (1995)
Galleria Nazionale, Roma
Paola Ricci©Photo

L’artista porta alla degenerazione la tensione del rumore, quando era inizialmente l’emissione del suono che doveva contraddistinguere il confronto tra natura e società.

La costruzione architettonica può essere un ripetersi come immagine ripresentata staticamente, ma rimandando a un narrazione filmica riproducibile nuovamente?

Quello che appare sospeso dal soffitto, Psi a Slecna (Defence) (1995), è un minimalismo retroattivo dove la forma piena è vanificata e il suo vuoto porta indietro nel tempo dell’evento, ma quello che si percepisce è un’immagine nuova non collegata al passato. Minimo input per l’occhio, rimane spaesato e incuriosito di dove si trova e chi ha indossato l’abito.

 

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Jana Sterbak Psi a Slecna (Defence) (1995)
Galleria Nazionale, Roma
Paola Ricci©Photo

Forse occorre rivoluzionare le considerazioni sull’osservazione nell’arte e nell’architettura e non procedere su teorie, quanto la prima le ha cercate di rifuggire, la seconda le aveva acquisite nel passato, ora le sta disperdendo al vento per rivoluzionare la stabilità della costruzione?

“The unmasterability of theory is a major cause of resistance to it. A good deal of the hostility to theory, no doubt, comes from the fact that, to admit the importance of theory is to make an open-ended commitment, to leave yourself in a position where there are always important things you don’t know.” Peter Eisenman

Liberare la forma da ogni necessità di chiarificazione e descrizione è quello che Eisenman vuole che avvenga in architettura?

 

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Galleria Nazionale Roma 2017,
Paola Ricci©Photo

Forse la consapevolezza che vi sono altri pensatori in altri campi che possano sostenere delle “intuizioni”, permette la libertà d’azione nel costruire forme architettoniche che siano investite di una forma estetica al limitare dell’arte?

La non rappresentazione in Architettura è la consapevolezza che qualcosa d’innovativo si sta materializzando nella costruzione edile. Le forme incominciano a incamerare qualcosa che è narrato e non rappresentato.

“You walk through the Berlin memorial and it has nothing to do with what happened in the camps. It is about walking in that space and you get strange physical sensations such as undulation, tilting, leaning, and you feel perplexity, isolation, disorientation; you never know where you are. It is not about “…oh, I got the meaning, I understand.” It is about not understanding the meaning.” Peter Eisenman

 

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Berlino Marta Guerra©Photo

L’architettura non parla con le parole, parla con fisicità del corpo nella dimensione costruita. Questo motivare e “modificare” la gente attraverso il passaggio della fisicità nello spazio costruito, questo è l’evento architettonico. Effetto sulla gente immediato e nel tempo e questo spesso è dimenticato quando si costruisce una struttura architettonica.

Insegnare e sapere come i sensi si attivano, è parte di mondi diversi di conoscenze e l’artista lavora con uno specchio riflettente i sensi ed è lì a tracciare configurazioni non del tutto chiare.

Il pensiero di Peter Eisenman è che quello che il contesto circostante determina è un concetto della costruzione architettonica; il presente di quello che il suo occhio sta osservando non è nel suo contesto interiore, ma nell’orbita visiva che si proietta al di fuori, come un cono in espansione sullo spazio di Berlino o di Santiago o Arizona.

 

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Peter Eisenman Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa,
Marta Guerra©Photo

 

Nel progetto il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa a Berlino , sembra che ogni pietra sia uguale all’altra invece non è così. Un campo di 2.711 stele in calcestruzzo colorate di grigio scuro, poste secondo una griglia ortogonale, totalmente percorribile al suo interno.

Dalla vista esterna appaino tutte di altezza simile, ma poggiano su un fondo inclinato; la gente camminando in questo spazio “subisce” un’immedesimazione sensoriale di essere sposata e fluttuare nei vuoti come dondolati nello spazio.

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Peter Eisenman Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa,
Marta Guerra©Photo

Quello che compie Eisenman  è nell’intenzionalità che quello che appare della progettualità architettonica è lo stile che non ha stile; la materia non si riproduce come identificazione, ma come rappresentazione di quello che lo spazio circostante e contestualmente si proponeva di dire.

L’arte con la sospensione di Johann Fischer nel vestito bianco e dei guanti, svuotato di sensibilità fisica, è il richiamo all’evento in un altro spazio; il lavoro di Eisenman è di rompere la routine dell’essere umano in uno spazio fisico attivo.

 

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Peter Eisenman Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, Marta Guerra©Photo

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