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Le montagne russe/ In una vorticosa passione si specchiò.

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Schiumava il mare disteso sulla spiaggia come un lenzuolo di pizzo, si ritraeva l’onda lasciando che la distesa di schiuma ricoprisse la sabbia come una  rete di sale che si deformava con la sua ricaduta nell’oceano. Selba immergeva i piedi scalzi nell’acqua vaporosa di bianca schiuma e con le braccia leggermente aperte invogliava la sua gonna di voile ad innalzarsi con loro.

Le goccioline di mare si alzavano con l’arrivo dell’onda quando s’infrangevano sulle sue gambe dolcemente tornite e la inumidivano come fragilmente lei voleva. I suoi capelli raccolti dietro la nuca le effondevano un breve tepore che scompariva quando si ripresentava la nuova onda.

Selba rimaneva a guardare l’oceano nelle giornate che annunciassero le tempeste, per vedere se scorgeva l’arrivo dei conosciuti mercantili. La sabbia della spiaggia si coloravano di minuscole pietre tinteggiate di giallo-rosa che era il colore del topazio bruciato che cangiava dal giallo al rosa. Erano le rocce eruttive che rilasciavano la gran montagna d’Ouro Préto le pietre preziose che arrivavano fino alla spiaggia di S. Joao de Barra.

Selba abitava lì sulla spiaggia e spesso osservava quelle pietre luccicanti che s’ incuneavano nei solchi dei disegni che facevano sulla sabbia con un piccolo ma robusto bastone di legno. Ricadevano le pietre, inanellandosi come infiniti fili di luce, durante la sera quando  andava Selba in spiaggia a vedere le illuminate mappe di percorsi che la luna rischiarava con la sua luce.

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Canon FT, 135mm, AGFA Chrome CT100 precisa 100 ISO Paola Ricci ©Photo

Dopo diversi giorni di tempesta, ritornava la calma nel vasto mare e Selba finalmente vide attraccare nel porto di S. Joao de Barra un mercantile battente bandiera russa. Scesero tutti i marinai come piccole formiche che correvano fuori della tana protetta; ma quando stava gustando il suo gelato con le ginocchia raccolte sul ventre, la sua bocca si chiuse improvvisamente e si fermò nel suo muoversi voluttuoso sul fresco e morbido gelato e vide un uomo. Quest’uomo vestito in modo diverso dagli altri, non sembrava un uomo di mare, ma di montagna. Portava un grosso maglione e le scarpe alte e chiodate e il suo zaino era grande tanto che gli copriva le sue spalle che erano larghe e possenti e avrebbero potuto sostenere qualsiasi passione. Si allontanò subito dal mercantile e si diresse verso la montagna.

Selba lo seguiva a distanza e qualche volta si nascondeva dietro gli angoli dei muri. Il paese piccolo e tortuoso con le sue strade strette, sembravano ancora più piccole e inadeguate perché erano tagliate dalla luce del sole. Lei continuò a seguirlo anche quando verso il tramonto cominciò a risalire la montagna che dava le spalle al paese.

Era una montagna strana quella, sembrava un grosso pezzo di vetro opaco spezzato in più punti, dai profili sottili e taglienti e allungati, dove le superfici lisce e scoscese salivano e scendevano creando conche e cunicoli labirintici che finivano in sottili profili taglienti.

Sembrava che fosse una montagna tagliata da mano umana, ma in modo imperfetto. Selba lo seguiva a piedi nudi perché la pietra era liscia e levigata, mentre l’uomo di montagna faceva fatica con il peso che portava sulle sue spalle. Quella notte era facile muoversi perché la luna metteva in luce quella pietra levigata facendola sembrare un corpo nudo da  cui si sentiva un pulsare continuo che si prolungava lentamente sul corpo di Selba.

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Canon FT, 135mm, AGFA Chrome CT100 precisa 100 ISO Paola Ricci ©Photo

Mancava poco alla vetta e ormai anche mani e gambe aderivano sulla superficie della montagna, il contatto dei loro corpi distanti era totale e Selba riusciva a sentire il battito del cuore dell’uomo sulla montagna perché il suo orecchio appoggiato sulla pietra ne sentiva l’eco ripercuotersi fino a lei. La vetta era una distesa pianeggiante e le piccole ombre che la luce della luna ricreava sembravano l’incresparsi dell’acqua dell’oceano quando arrivava sulla spiaggia. Forse l’uomo della montagna aveva raggiunto la sua meta, mentre Selba si sentiva persa e scoperta in quella distesa di luce e di pietra che la metteva in risalto.

S’incontrarono  quando nessun’ombra li divideva più e nessuna tortuosa discesa e salita li teneva a distanza. L’uomo era salito fin lassù per cercare le preziose pietre dei topazi rosa e Selba gli raccontava il loro destino di scendere al mare quando il buco della montagna avrebbe voluto. C’era una voragine che si apriva sulla sommità del monte ma che era buia e infinitamente profonda. Rimasero lì distesi uno accanto all’altro ad aspettare che la montagna regalasse loro questo tesoro. Selba lo strinse, un braccio si avvolse intorno alla sua vita con l’altro cinse la sua nuca larga, con la gamba destra piegata premeva dietro alla sua coscia sinistra e con l’altra s’ attorcigliò in mezzo alla sua gamba destra. Lui le stringeva il capo e la sua bocca era appoggiata sul suo orecchio e le parlava continuamente, dolcemente come un leggero fruscio d’aria. L’aria incominciò ad avvolgerli come la tela di voile che accarezzava le gambe di Selba e i loro corpi uniti incominciarono a scendere e a scivolare. A incunearsi in quei scivoli scoscesi che erano creati nella montagna, si innalzavano in spericolate salite e scendeva in dolci e inebrianti discese e le loro parole diventavano aria che rigonfiava le loro orecchie vuote da lungo tempo.

Salivano, scendevano come un unico corpo rigonfio di piacere e scivoloso dal sudore che trasudavano i loro corpi. Passavano per caverne nascoste per fori di pietra che si allargavano e si stringevano per cunicoli ombreggiati da aperture improvvise in cui la luce della luna penetrava con pudore per non scoprire il corpo degli amanti.

Ormai avevano preso la massima velocità ed essi guizzavano come pesci ribelli che escono dall’acqua per un attimo fuggevole. La corsa stava finendo e il corpo unico stava rallentando la discesa vorticosa, trovò fine nella spiaggia di S. Joao de Barra. Entrambi erano arenati sulla terra umida della spiaggia e Selba ritrovava la sua mappa riemersa dall’acqua, i suoi filamenti di luce incuneati nei tracciati sabbiosi.

Si slegarono dall’abbraccio, i loro corpi si staccarono e riponendosi supini distesero i loro arti. Allora sentirono sulla loro pelle penetrare quelle pietre iridescenti e voltandosi si specchiavano insieme in infiniti specchi.

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