Arte di scrivere, Viaggi
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Le calze di nylon. La miniera

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Giacinto aveva una lavanderia che gli aveva lasciato suo padre, si trovava nel sottoscala della sua abitazione. D’estate era fresca e d’inverno si riscaldava col vapore dei ferri da stiro. Giacinto  lavorava molto, e gli restava il tempo di osservare il mondo solo attraverso le tre finestre, una dietro l’altra, che si trovavano a livello del marciapiede.

Vedeva le gambe della gente che passavano il giorno e la notte e capiva che tempo faceva fuori, da com’erano vestite e dal rumore delle scarpe sul selciato, oppure intuiva se era un orario di punta per correre veloce dai rumore dei passi. Giacinto non usciva mai di casa e neanche dalla sua lavanderia. Lavorava e osservava, e incominciò a conoscere le donne osservando le loro  gambe. A volte si muovevano con leggerezza come steli di papiro oppure con voluttuosità come forchette nelle tagliatelle con ragù, altre disegnavano schizzi come matite grasse, oppure riuscivano a dilatare e prolungare il suono dello strusciare della loro pelle sui loro vestiti. Le gambe nude, la pelle che sembrava sempre uguale lo inebriava di passione, ma poi quando scendevano in lavanderia per portare i loro panni a pulire, Giacinto perdeva qualsiasi coraggio per rivolgere  qualche parola. Dava il conto e ringraziava senza riuscire a raccontare come vedeva le loro gambe. Una notte decise che avrebbe vestito le loro gambe come lui le vedeva e facendo questo regalo a ciascuna donna sarebbe riuscito a dire quello che la sua bocca non aveva il coraggio di fare.

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Parigi Paola Ricci©Photo

Doveva trovare qualcosa che le poteva vestire, forse un tessuto adatto per ogni diversa misura delle gamba, senza farlo sapere a nessuno . Allora pensò ad un tessuto che si allungava finché la gamba non fosse finita. Il tessuto però non esisteva. Alzando lo sguardo una sera verso le sue finestre aperte sul marciapiede, vide in controluce una gran ragnatela e sfiorandola con un dito si accorse di quanto era elastica e resistente. Prese con un polpastrello il capo della ragnatela e arrotolandola fece una piccola matassa e con lei, fino a tarda sera, stese quel filo attorno ad infiniti  anelli, di dimensione diversa, che aveva messo uno sopra all’altro e facevano ricordare la fisionomia di una gamba. Alle prime luci del giorno Giacinto aveva fatto due calze di filo di ragnatela, e le aveva fatte pensando alla donna dalle gambe leggere come steli di papiro, infilando tra un giro e l’altro del filo le foglie del papiro. Quel giorno la donna venne a ritirare i suoi vestiti e nell’aprire il pacco trovò quelle strane calze, se le infilò e come per magia si sentì trascinata nel tornare verso la lavanderia di Giacinto e camminò per ore ed ore davanti alle sue finestre muovendosi sempre con tale leggerezza che neanche lei capiva come riuscisse.

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Parigi Paola Ricci©Photo

Lo stesso accadde per la donna voluttuosa che si trovò  delle calze con le tagliatelle con ragù e si sentì trascinata in un ristorante e si sedette accanto ad un uomo che neanche conosceva e parlò con lui per ore ed ore. Un giorno vide le gambe di una donna triste, ma piena di dolcezza; allora quella sera prese il filo della ragnatela e fece delle calze con le sue lacrime e le nascose bene nel pacco che doveva consegnarle. La donna se le mise e sentì che la sua tristezza aveva un sapore diverso e come se le sue lacrime non fossero sue e cercò di seguire quel sapore e le sue gambe incominciarono a muoversi a camminare sempre più velocemente e si ritrovò davanti alla lavanderia di Giacinto. Scese le scale e vide che Giacinto piangendo  stava preparando delle nuove calze spalmando un liquido denso, lui si voltò e la vide e le disse che le sue lacrime sapevano di miele e sulle calze che le avevano dato, erano cadute le sue lacrime; lei si avvicinò e con una carezza sul suo viso si bagnò la mano e riconobbe quello strano ma caldo sapore.

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