Cibo, Il doratore dell'isola
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1.5 “La montagna ammorbidita”

Nell’uscire fuori dalla presa della Iena si avvicino ad Ècric per iniziare a raccontare la favola.
“La montagna ammorbidita”:Viaggiava tra colline, laghi e avvicinandosi al limitare della salita della montagna, perdendosi tra valli sconosciute.
Non lasciava traccia al suo passaggio, e solo abitava su una casa posta in cima a un albero. Non aveva ancora sfiorato le dita di colei che l’avrebbe notato. Scese dall’alto della casa un giorno, e….. nel suo cammino si ritrovò in un paese attaccato alla parete della montagna. Poche case lunghe e strette tali che avevano come parete la roccia della montagna. In una però non vi era pietra, vi erano morbide scaglie di cioccolata che salivano fino al soffitto. Una donna straniera, con l’accento inglese, si muoveva solitaria lungo un tavolo che costeggiava tutta la parete. Le dava le spalle all’entrata della casa e non sentì i passi di lui nemmeno quando si sedette dietro la finestra assolata. Stava togliendo la bianca sospensione dai piccoli tuorli e una cascata di granuli di zucchero che non alzavano polvere, montò fino a ottenerne una combinazione spumeggiante. La bianca sospensione, anch’essa abbellita dallo zucchero, vaporò come neve. Il bianco aleggiava nell’aria dopo che il setaccio si era fermato nella sua mano per unire farina e fecola sopra quel giallo tiepido dei tuorli. Lei ruotava la spatola senza separare quelle cremosità. La neve degli albumi scendeva dolcemente e, alle sue spalle, lui seguiva questa danza del braccio dal basso verso l’alto che si propagava sulla spalla. Il composto lo fece scivolare su una piastra come dischi distanziati, si allargavano sbiancati di polvere dolce, il calore del forno di centoottanta gradi li colorò nuovamente come savoiardi.
Poteva uscire da quella casa senza che lei lo notasse, ma lui rimase per sentire il profumo della vaniglia, quando incidendo il baccello, estrasse la polpa per unirla ai tuorli, e il suo aroma si esaltò quando la panna e il latte bolliva insieme ad essa. La crema inglese priva di farina ruotava nella pentola sul fuoco e allontanava l’aria che voleva tuffarcisi dentro. Bollente liquido e tuorli zuccherati s’incontrarono attraversando un setaccio fino per unirsi sotto il calore. La donna straniera si avvicinò alla parete di cioccolata, sempre dandogli le spalle, e con forte dolcezza stacco le scaglie di cioccolato fondente al settanta per cento.
Le sue mani, ora morbide e spalmante di dolce colore marrone, tritavano grossolanamente il cioccolato. Unì la crema al cioccolato e frullò con leggerezza, discendendo e risalendo i due colori di giallo paglierino e di bruno marrone. Ripose il tutto nella ghiacciaia a proteggere quella mescolanza di gusti.
Un’altra crema stava per risplendere. Predominava di bianco fresco mascarpone, il granuloso zucchero, gli albumi montati a neve, e anche i tuorli sbiancati dallo zucchero. Tutto in una veste morbida che
la montagna conosce come vestito nelle mattine invernali. Nel momento, in cui lui stava per uscire, la sua ombra si proiettò sulla parete di cioccolata, lei si voltò e, con un gesto di danza, mosse la sua mano per invitarlo ad aiutarla. In un bicchiere che era come una montagna capovolta, con la vetta in basso, lui fece scivolare la cremosità al cioccolato posto nella sac à poche. Lei prese con leggerezza i savoiardi bagnati appena di zucchero e caffè per appoggiarli su quel soffice e cremoso letto. La sua mano sfiorò le sue dita, quando coprì con ciuffi bianchi di crema al mascarpone quei bicchiere ricolmi di silenzi di entrambi, gli sguardi che si spolveravano ormai, come pensieri, negli aromi del caffè solubile.

 

 

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"lasciate nel sole questo brillare di stelle, come libere parole donate la luce, accompagnatele dove loro vogliono andare / let the dazzling stars shine, like words, to accompany them wherever they choose to go"

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