Cibo, Il doratore dell'isola
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1.3 “La delizia dell’equinozio”

1.3
“La delizia dell’equinozio” fu il titolo della prima favola narrata: era la storia del Faraone Cheope, che il giorno dell’equinozio di primavera, durante la festività di Sham El Nessim, che significa letteralmente “annusare la brezza del vento”, donò il suo prezioso “monopolio” a una misteriosa vogatrice

……
L’Unicorno si apprestava a raccontare questa oltremodo sensuale storia all’“infuriata” Ècric,
per cercare di liberarsi dall’incantesimo che la rendeva prigioniera e raggiungere la bella Chantal sull’Isola di Pasqua.

 

Unicorno

 

Incominciò così la favola: “Viveva nel lontano Egitto, nella città di Giza, il faraone Cheope, un uomo che viaggiava per terra e per mare e il suo soprannome era “Sufis”, che significava “grande viaggiatore dell’antichità”. Nessuno era mai riuscito a vedere il suo volto, ma dicono che avesse la pelle liscia e splendente come quella lucente di un delfino che esce dai flutti del mare e lascia scivolare l’acqua sul suo dorso inarcato.
La sua bellezza lo spingeva a essere tanto riservato da avere spesso vicino un coccodrillo che lo proteggeva dalle invidie del suo regno e teneva a distanza il suo sguardo dagli altri.
Il giorno di festa dell’equinozio di primavera egli si preparò a discendere il Nilo, la sua nave avrebbe navigato nel letto del fiume e lui l’avrebbe seguita cavalcando, lungo le sponde, senza sella sul suo destriero arabo. Quando stava per raggiungere la foce del Nilo, e il fiume si muoveva con maggiore energia per la discesa al mare, la nave si arrestò per lasciarsi arenare e fermarsi nell’attesa che l’acqua dolce incontrasse quella salina del mare.
Cheope cavalcava percorrendo la costa in solitaria, lasciando che la nuvola dorata della sabbia avvolgesse il suo destriero come un mantello leggero e regale; fu allora che la vide, lei remava su una lunga imbarcazione insieme a altre donne, affiancando la spiaggia e senza volgere sguardo alla terra.Lei si distingueva dalle altre donne per la sua corta capigliatura che si confondeva col cielo dalle tinte blu cenere e verde ramato e il sole le mescolava i capelli creando dei riflessi color terra bruciata rossa.
La barca delle vogatrici non era molto distante dalla costa. Cheope decise di spronare il suo cavallo a entrare nell’acqua salina; senza pensare a quanto il suo destriero avrebbe faticato nel nuotare con lui, si diresse verso la barca in movimento. Nessuna delle donne vogatrici staccava lo sguardo dalla direzione che le vele avevano preso dall’aria, ma lei col viso scoperto dai i suoi corti colorati capelli lo vide, e con attonita sorpresa lasciò muoversi per un attimo il remo liberamente come un’altalena abbandonata dal bambino che scende a terra.
“Sufis” si avvicinò al bordo della barca cercando di proteggere il suo cavallo dallo sciabordio dell’acqua che s’incuneava tra i muscoli dell’animale e la pancia di legno; egli le porse un piccolo vaso da cui spuntava della stoffa morbida di lino bianco e le disse: “Dono a te come Re, di bellezza non dipinta ancora, un mio dono che mi è permesso compiere; a te questo privilegio di riceverlo, quando non è concesso al mio popolo, perché è un mio monopolio”. Si voltò lentamente tirando le briglie verso terra e lasciando che la barca lo superasse per riportare il suo cavallo sulla terra del deserto.
La nave delle giovani vogatrici arrivo a destinazione in Anatolia sulla costa di fronte a Tarzi, la città sospesa sulla terra dei boschi. Lei raggiunse la casa e tirò fuori dal vaso di coccio quelle forme avvolte ciascuna in tele bianche, sembravano dei ciottoli ma erano leggere, di colore che andava dal bianco, al rosa, al senape, tutti mescolati tra loro. Sembravano fragili ma nello stesso tempo protette e così lei per curiosità le aprì. Le apparve una sostanza traslucida e viscosa che avvolgeva un cerchio di colore giallo-rosso, più denso. Quella forma rotonda le ricordava ciò che non poté più dimenticare, il volto segreto di quell’uomo che emanava luce di sole intravista mentre le donava i preziosi “gioielli” racchiusi in quel fragile guscio.
Separò i tuorli dall’albume e li pose in una ciotola galleggiante su acqua calda che raddensò con un elemento fatto di tanti fili sottili di legno incrociati tra loro che, come una pancia, si allargavano e si univano in un unico supporto da stringere nella mano.
I tuorli montati, anche col tepore del calore del sole di pomeriggio, divennero di un giallo tiepido unito a una nevicata di formaggio di capra e una di mucca; rendendo il dorato smorzato d’intensità, unì della morbida panna che lo rese di un volume cremoso e sospeso.
Raccolse questa denso composto e lo pose a riposare in una tasca di tela, come una sac à poche, che aveva creato dai teli che proteggevano le uova donatele dal Faraone. Intanto sul tavolo della cucina aveva plasmato una bianca montagna di semola e farina e, come sassi lanciati nell’acqua, fece scendere la sostanza dell’uovo aperto con un suo dolce gesto sicuro battendolo sul bordo del tavolo di legno l’uovo.
Amalgamava la densità liquida dell’uovo che perdeva la sua forma per assumere quella di materia composta dall’assorbimento delle farine. Le mani calde trasmettevano energia buona che diede consistenza e morbidezza all’impasto, a cui era necessario poi il tempo del riposo che avrebbe tolto elasticità all’impasto e avrebbe poi reso la sfoglia trasparente come tendami di alabastro messi controluce al sole.
La sfoglia sottile si distendeva come un fiume calmo, dorato, assorbito e assopito sul suo letto che era ora diventato il tavolo, dove lei con le mani lo allungava nel suo corso.
Allora prese la tasca di tela che si era riposata e riempita di composto di uova, panna e formaggio, forandone un lato, e con la pressione delle due mani la stringeva facendo uscire quella cremosità liquida che si adagiava su quella lunga distesa di sfoglia resa più forte perché bagnata dall’albume dell’uovo come intervalli di anemoni gialli sbocciati. Lei ripiegò un lato di quella lunga striscia, come fosse il rimboccare di un letto nuziale, e, premendo ai lati dei rigonfi profumi di tuorlo e panna e formaggio, li chiuse; l’aria non poteva più stare tra la sfoglia e il composto e così le dita plasmarono i due elementi in una forma unica. Con un coltello separò l’una dall’altra le forme e come piccoli e rigonfi “involti” li mise a riposare, prima di prepararsi alla sua partenza verso il mare.
Rincontrarlo, era quella la speranza che la spingeva a ritrovare quella spiaggia opposta, senza domandarsi cosa avrebbe fatto se lui non ci fosse stato.
Lei si lasciò alle spalle le verdeggianti spiagge di Zephyro, come le chiameranno i greci dal suo vento di ponente, che si affacciano su Tarzi, la città sospesa sulla terra che vedeva i mondi lontani degli egizi. La navigazione era calma e lo scafo dell’imbarcazione scivolava lentamente verso sudovest dove sfociava il “Grande Fiume”.
Lei avvertiva che questi piccoli “fagottelli” dorati, dal sapore della lentezza dell’attesa, sarebbero stati in grado di trasformare l’ascolto del silenzio in piacere dei propri corpi.
Portava con sé anche le piante di alcune verdure ancora prive del frutto, le zucchine; sarebbero cresciute di forma lunga e tondeggiante con striature verdi come ramarri al sole. Il tempo del viaggio insieme al sole della traversata avrebbe dato la giusta maturazione, si sarebbero riempite di sapore grazie alla polpa tra il dolce e il fresco di una rugiada trasparente. Lei arrivò di notte e riconobbe chiaramente la striscia della spiaggia, perché illuminata dai riflessi madreperlati delle conchiglie bianche portate dalla mareggiata; come tante impronte sulla sabbia esse mostravano la pancia all’aria, catturavano i riflessi della luna che s’incuneavano negli incavi traslucidi.
Il mattino, protetta sotto una tenda di tela di lino bianco, le apparve disegnata l’ombra di un uomo che si muoveva come leggeri flutti creati dal vento caldo del deserto. L’ombra si avvicinava e si allontanava manifestando l’inquietudine dell’uomo come fosse un profilo di più visi sovrapposti tra loro. Scoperchiò la tenda bianca per trasformarla nel loro parasole sulla spiaggia; incominciarono a preparare il fuoco con la legna presa sulla costa e poggiata a terra c’era la ciotola con il brodo dal colore paglierino e in un altro punto dell’ombra del parasole stava sulla sabbia il vino bianco protetto in un otre.
Ora lei mostrò a Cheope come aveva trasformato il suo dono in fagottelli, dalla forma rigonfia e morbida, come piccole parti delicate del corpo di un neonato appena nutrito dalla madre; il tempo del loro sorriso finalmente s’incrociava, mentre nella teglia si rosolava il guanciale del maiale tagliato à la julienne. L’animale era stato catturato da Cheope nell’attesa del suo arrivo; aveva cavalcato nella vallata del Tigre e dell’Eufrate per giorni, dove il paesaggio mescolato tra cielo e terra gli confondeva la vista, rivolta continuamente al mare. Quando lui vide l’animale correre a fianco del fiume, si confuse nei riflessi verdi delle fronde che lo proteggevano dal passaggio degli umani, così il maiale si distrasse nel riconoscere l’odore amico del cavallo e allora con una freccia sicura fu colpito in pieno corpo e si accasciò a bordo del fiume. Lei aggiunse tagliate finemente a dadini le zucchine al guanciale; le aveva colte dalla pianta che aveva portato nella sua barca nel viaggio per mare; ora tutto era dorato tra vino e brodo che sfumavano per la forza del fuoco in una teglia arroventata il guanciale con la zucchina, trai colori in simbiosi di sapore dolce e salato, fresco e annerito.
I fagottelli allora furono lasciati galleggiare nell’acqua calda quel tempo giusto e breve per portarli a cottura senza che la loro liquida sembianza interna sparisse, anzi in modo che fosse esaltata nel piatto quando, aprendolo, avrebbe preso il largo come un piccolo lago dorato.
Posti nel piatto, i fagottelli erano circondati dal condimento di guanciale e dalle zucchine che scivolavano ammorbidite dalla nevicata di formaggio.
Distesi sotto il loro parasole si muovevano all’unisono le vesti e i sapori di entrambi, mentre sorseggiavano il vino il profumo li avvolgeva; la “bevanda alcolica” veniva da terre vulcaniche, e le uve erano state vendemmiate nel mese di settembre dell’anno precedente e rigorosamente solo nelle prime ore del giorno. Il suo colore definito “ bianco” ne aveva solo la chiarezza, ma in modo visibile appariva paglierino, vivace e brillante.
Lei si avvicinò il bicchiere alla bocca e poté sentire l’intensità floreale ed esotica che emanava, come se i fiori depositassero i loro petali sulla loro pelle e il loro sudore si unisse a quelle fragranze fino a giacere come morbido lenzuolo su di loro…”.

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