Arte, Lasciate fiorire i carciofi
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Informale

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Dopo la seconda guerra mondiale vi era un clima di grande sfiducia nella conoscenza e come se tutti fossero stati così delusi da non avere più voglia

di scoprire niente d’interessante. Questo senso generale di sfiducia influenzò anche gli artisti, che non volevano più usare la ragione e non volevano riconoscersi né nelle forme figurative né in quelle astratte; essi volevano solo “fare”, “agire” e vedere solo concretezza dopo tanta distruzione, sentire la materia fino a che il colore diventava pura pastosità. Questi artisti si riconoscono in una nuova corrente artistica chiamata “Informale”. Questa corrente, come abbiamo visto per le altre, parte dalle precedenti prendendo aspetti che poi sono modificati, come il colore che diventa macchia, i cui aspetti si possono trovare già nel tardo Monet o nella pastosità di Van Gogh. Nell’Astrattismo abbiamo visto che gli artisti tendevano verso un’essenzialità da tirare fuori dalla realtà, mentre nell’Informale l’artista s’immerge nella cosa come una materia pura di energia; ed ecco che in alcuni ultimi lavori di Monet in particolare i quadri delle Ninfee si arriva ad una frammentazione della forma del fiore e i colori si mescolano direttamente nelle pennellate continue e sovrapposte. Questo sarà visto da alcuni artisti e critici come uno spunto nel trattare il colore e la materia nell’Informale.

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Due segni diversi s’incontrano e si mettono insieme. Paola Ricci©
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Su e giù andava la luce. Paola Ricci©

Così abbiamo Alberto Burri che si serviva di legni bruciati, o vecchi sacchi nelle sue ricerche sulla materia, mentre Emilio Vedova nell’Informale scopre il valore del segno, non come strumento per disegnare una forma o immagini e del tutto sprovviste di un significato evidente, ma solo come ricerca sul segno come energia intensa, mentre in Jackson Pollock proprio il movimento del gesto di dipingere sul quadro sarà studiato e sperimentato fino ad arrivare a fare sgocciolare dall’alto il colore nei barattoli sulla tela posta per terra dove lui passeggia sopra o si siede col suo corpo. Lucio Fontana invece taglia le tele per trovare uno spazio oltre la tela stessa, come se il nostro occhio trovando un’apertura si muovesse nell’opera.

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La linea orizzontale si riposa. Paola Ricci©

Possiamo ricavare tante cose nuove bambini, che forse non pensate importanti o creative: per primo che la tela, o la carta o la tavola di legno sono viste da voi e dagli artisti precedenti come solo delle superfici su cui poi i colori sono posti sopra, mentre ora esse diventano opere stesse anche senza che ci sia o no il colore, ed è arte l’azione di tagliarle o bruciarle o incollare tra loro pezzi di materia diversa o bucarle. Un’altra cosa è che non occorre usare sempre o solo i pennelli per stendere il colore ma anche si può farlo sgocciolare o stenderlo con spatole o anche con oggetti non “artistici” come anche una scopa o anche le mani stesse, l’importante che risponda al senso di azione che ha in mente l’artista.

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Marta ha preso più fogli di carta e in alcuni punt l’ha tagliata, in altri ha colorato e poi ha tagliato delle forme e le ha attaccate con la colla. Bambina di 3-4 anni

Poi infine si pone molta attenzione al segno alla traccia, proprio perché gli artisti sono concentrati sull’azione che è l’elemento che maggiormente modifica il segno. Vi ricordate la poesia sulle tracce lasciate dagli uccelli sulla sabbia, ecco che si ricava come la materia, e cioè la sabbia, modifica il segno e cioè l’impronta dell’uccello.

Allora abbiamo il zigzagare del segno di Pollock o lo sgocciolare dai barattoli bucati e attaccati al soffitto e fatti dondolare con un movimento controllato dall’artista sulla tela; mentre il colore diluito e sfumato fino ad essere evanescente in Rothko lascia vedere solo il vago e l’indistinto e quello che lui ricercava era trovato nelle dimensioni grandi delle sue opere che lo facevano sentire immerso in esse e sospeso.

Questa continua incertezza dell’essere è una caratteristica che poi accomuna tutti questi artisti. Quindi vedete bambini che anche l’incertezza o la delusione in qualcosa che voi potete provare non è cosa che non va espressa ma anzi può essere motivo per esprimere attraverso il disegno.

Per provare quest’esperienza occorrono bambini poche cose e tanta voglia di provare. Possiamo prendere grandi fogli di carta da pacchi bianca, quelli di formato 50 x 70 oppure anche più grandi 70 x 100, poi metterli per terra e portare in classe i barattoli di tempere acriliche ad acqua, iniziate prima con un unico colore in modo tale da essere concentrati solo sul segno. Nei giorni precedenti cercate di procurarvi, con il consiglio della maestra, diversi “strumenti”, pennelli di diversa dimensione fino alla pennellessa che usa il papà per imbiancare la casa, poi altri strumenti come spatole, rulli di stoffa, matterelli, piccole e grandi scope cucchiai di legno, vecchi spazzolini, o pettini dai denti larghi, insomma avrete capito tutto ciò che pensate o non pensate possa, se imbevuto di colore, lasciare tracce e segni del colore stesso.

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Segni e luce si rincorrono nei disegni della maestra Antonella, della scuola elementare.

Vedrete che il formato grande della carta posta per terra e l’uso di strumenti non molto ortodossi vi lasciano liberi nell’esprimere con forza o con leggerezza, con gioia o rabbia con lentezza o con velocità con pastosità o liquidità del colore i vostri segni, le vostre tracce e quando lo fate concentratevi solo su questi o altri stati d’animo che pensate.

A questo proposito mi viene in mente ciò che disse Bruno Munari che ogni gesto per disegnare un segno ha bisogno di un atto di volontà perché esso possa essere fatto, perché se vogliamo che esso esprima forza bisogna che la nostra mano imprima questa sensazione di forza e non potrà essere debole.

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Segni e luce si rincorrono nei disegni della maestra Antonella, della scuola elementare.

In un suo libricino intitolato “Prima del disegno” egli compie un’operazione che rimane sospesa tra la poesia e la didattica; scrive a lato d’ogni disegno fatto con matite o pennelli diversi e cioè con strumenti diversi, delle piccole frasi che sembrano aforismi dolcissimi, come per esempio “Due segni diversi fanno una festa” oppure metaforici “Segni leggeri mossi dal vento” oppure didattici “I segni inclinati sono veloci e prospettici”. Chissà che dopo quest’esperienza possiate che anche voi bambini pensare a frasi che poi attraverso i segni accompagnino in un libro personale.

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