Arte, Biennale 2019, Viaggi
Leave a comment

Il viaggio artistico/ Partecipazioni Nazionali III

alt="BiennaleArte2017"

Sembra che la memoria storica sia a volte necessaria per produrre progetti nuovi e a volte è proprio da quello che è rimasto nel passato che si riesce a vedere qualcosa verso un futuro prossimo o quasi invisibile.

Le macerie che si accumulano sulla terra hanno creato livelli di conoscenza che si sono sovrapposti uno dopo l’altro e l’uomo nello scavare e preservare quello che scopriva realizzava il sogno della memoria estetica.

Nello stesso tempo l’abbandonare e nel lasciare lo spazio che ritorni alla sua dimensione di annullamento di precarietà abitativa, esprime la condizione di assimilazione dello spazio nelle rovine come un lento procedere nella polvere che poi genera altra vita perché ricca di batteri e muffe che sono state scoperte dall’uomo scientifico come origine di altre vite nuove.

Sembra che la memoria umana del pensiero del tempo passato e ricordato sia poi un’altra forma di rigenerazione estetica; questa avviene continuamente nella mente dell’uomo che ha una definizione del tempo che lo distingue dagli altri animali viventi, che non assumono tale disciplina.

 

alt="BiennaleArte2017"

Padiglione Israele,
Paola Ricci©Photo

Nel Padiglione Israele ai Giardini avviene la rappresentazione dello spazio che muta nella sua condizione di abbandono, curatore Tami Katz-Freiman con l’artista Gal Weinstein alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte. Il progetto di Gal è partito proprio dallo spazio del Padiglione dalla sua struttura architettonica che si allunga come un blocco bianco sospeso da terra posto su due livelli di realizzazione. Leggero ma strutturato che ha di fronte un passaggio non abbastanza largo per poterlo vedere nella sua totalità ponendosi solamente di fronte occorre mettersi su un lato e l’occhio scivola lentamente sulla parete bianca dove appare la scritta dello stato nei due caratteri.

Nella Biennale Architettura 2016, il tema anche qui partiva da un assioma biologico, delle relazioni umane con l’ambiente naturale. La mostra si dedicava al concetto di ‘resilienza’, un elemento essenziale dei sistemi biologici che si riferisce alla loro capacità affrontare uno shock o un trauma.

 

alt="BiennaleArte2017"

Gal Weinstein, Sun stand still
Paola Ricci©Photo

alt="BiennaleArte2017"

Gal Weinstein, Sun stand still
Paola Ricci©Photo

Ora lo shock è dato dall’idea dell’abbandono e del lasciare che lo spazio sia invaso dalla muffa, elemento biologico presente nella nostra vita quotidiana da millenni di anni, dall’origine del pianeta terra. Il titolo del lavoro è “Sun stand still” e l’artista Gal Weinstein vuole stare sulla memoria collettiva che spesso si deteriora si accumula sugli abbandoni della terra.

 

alt="BiennaleArte2017"

Gal Weinstein, Sun stand still
Paola Ricci©Photo

alt="BiennaleArte2017"

Gal Weinstein, Sun stand still
Paola Ricci©Photo

Il titolo dell’installazione si riferisce al miracolo biblico eseguito dall’antico leader israelitico Joshua Bin-Nun, che ha cercato di vincere la sua battaglia contro i re di Canaan prima che il buio cadesse. Il progetto si sviluppa su tre livelli diversi, appena si entra, le pareti e il pavimento è ricoperto da una superficie che ha modificato l’aspetto dei muri ricoprendoli di “muffa” con colori che vanno dal bruciato al verde al giallo ocra. Salendo le scale, appare una grande nuvola annerita e ingiallita dal tempo, poi affacciandosi si vedono degli appezzamenti agricoli come d’infiniti tasselli assemblati tra loro, come un puzzle. All’esterno appare per terra un cerchio che è realizzato da tessere diverse di pietre cangianti dal grigio azzurro al grigio rosato.

 

alt="BiennaleArte2017"

Gal Weinstein, Sun stand still
Paola Ricci©Photo

La melanconia pervade per lo spazio di tutto il padiglione che aleggia come una necessità di autocertificazione che in essa potremmo ritrovare nuove risorse.

Questa condizione di auto distruzione o di abbandono dello spazio avviene anche quando si raggiunge il Padiglione degli Stati Uniti, ai Giardini; il progetto “Tomorrow is Another Day” curato da Christopher Bedford and Katy Siegel di Mark Bradford.

L’artista utilizza l’aspetto trasformativo, come un processo di chimica cromatica. L’astrazione materiale diventa l’astrazione dello spazio del Padiglione. Ci si sposta come in un’abitazione che gira su se stessa e dove le aperture di luce sono state occupate dal “fare” artistico che riceve luce dall’alto dell’edificio. Ci si muove tra luce e oscurità con un ritmo dettato dalle pareti modificate da elementi avvolgenti e decadenti di color nero marrone e giallo come di un fuori uscita della massa cromatica da una foratura immaginaria che si incolla sui muri bianchi.

alt="BiennaleArte2017"

Mark Bradford, Padiglione Stati Uniti
Paola Ricci©Photo

“Bradford ha sviluppato per le cinque sale e per l’esterno del padiglione degli Stati Uniti una narrazione stratificata che intreccia esperienza personale e storia sociale, guardando al mondo attuale come se fosse il passato antico e innalzando le storie individuali a livello di mito, in una prospettiva che rivela la gravità del momento presente.”

La materia che l’artista usa per realizzare le sue opere parte come dal “riutilizzo” di materia cromatica che si deposita sulle grandi tele che si specchiano tra loro nelle stanze.

alt="BiennaleArte2017"

Mark Bradford, Padiglione Stati Uniti
Paola Ricci©Photo

alt="BiennaleArte2017"

Mark Bradford, Padiglione Stati Uniti
Paola Ricci©Photo

“Questi progetti, che rappresentano Bradford e i presupposti che lo influenzano, ne mostrano anche la visione pluralistica e aperta del mondo – una visione che ridefinisce cosa significa essere allo stesso tempo artista e cittadino”. Afferma Bedford, direttore al BMA ed ex direttore del Rose Art Museum.

 

alt="BiennaleArte2017"

Mark Bradford, Padiglione Stati Uniti
Paola Ricci©Photo

alt="BiennaleArte2017"

Mark Bradford, Padiglione Stati Uniti
Paola Ricci©Photo

Bradford come cittadino ha deciso di porsi direttamente a confronto con la società iniziando una collaborazione della durata di sei anni con la cooperativa sociale veneziana no profit Rio Terà dei Pensieri; offrire opportunità lavorative a persone detenute per realizzare loro oggetti che li portino a un nuovo inserimento nella società. L’azione è artistica ma sociale nello stesso tempo, dove la presenza sul luogo fa l’artista una presenza estetica ma non vanificante e aleatoria.

 

alt="BiennaleArte2017"

Padiglione Svizzera, 57.Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia
Paola Ricci©Photo

La memoria storica di cosa realmente siamo è la radice a cui apparteniamo è elemento di distacco ?

L’arte riesce a unire distanze a volte inimmaginabili e che si perdono nel tempo, il ricordo crea collanti, le fotografie creano il rivedere immagini perse, la ripresa in video determina una materialità illusoria del passato che c’è stato, ma la produzione di oggetti artistici creano un filo diretto tra passato e presente che annulla tutte le distanze e rende permeabile lo sguardo di chi poggia su quell’opera gli occhi.

alt="BiennaleArte2017"

Teresa Hubbard, Alexander Birchler, Svizzera ,57.Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia
paola Ricci©Photo

Quello che avviene vedendo il film presente al Padiglione Svizzera ai Giardini, il progetto intitolato “Women of Venice” curato da Philipp Kaiser presenta i lavori di Teresa Hubbard/ Alexander Birchler e di Carol Bove.

Il ponte che crea il curatore è tra l’Europa e gli Stati Uniti e ha voluto realizzare opere inedite per questa Biennale. Ispirata dal passato della storia di questo Padiglione, e all’assenza artistica di Giacometti in questo spazio. Il Padiglione fu realizzato nel 1952 dal fratello architetto di Giacometti. Kaiser puntualizza ed esplora nazionalità dello spazio che si muove all’esterno.

alt="BiennaleArte2017"

Carol Bove Cage 2017, a Bird 2017, Padiglione Svizzera
Paola Ricci©Photo

Teresa Hubbard/ Alexander Birchler presentano un film intitolato “Flora”, che parla della sconosciuta artista americana Flora Mayo che studiò a Parigi nel 1920 e nello stesso periodo in cui vi era Giacometti e divenne un suo amore visto attraverso gli occhi del figlio della Mayo. Carol Bove una artista americana e nata a Ginevra, la sua scultura si assottiglia e si espande nello spazio come linee che però sviluppano una staticità controversia rispetto all’esile assenza di Giacometti mettendo la scultura in una posizione di dinamismo e movimento rispetto alla superficie del piano d’appoggio.

#BiennaleArte2017 #VivaArteViva

alt="BiennaleArte2017"

Carol Bove, Cage 2017, Padiglione Svizzera
Paola Ricci©Photo

Facebook Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *