Architettura & Design, Arte
Leave a comment

Il desiderio dell’interno I

La propria grazia, sulla pellicola esterna.

Se l’uomo nella caverna si libera della sistematica costrizione che lo blocca nell’osservare la realtà come un’ombra riflessa sulla parete risultato di un oggetto, egli vorrà stare all’interno della Caverna. Questo stare all’interno della caverna sarà l’unica possibilità di porsi su un altro piano della conoscenza delle idee, quello della percezione del corporeo, ma non come Platone

intendeva dell’ombra proiettata, ma il corpo reale nella linea di luce del sole che proietta la sua ombra anche nella parte dell’oscurità. Noi possiamo comunque rimanere in quella Caverna e tornare fuori per sollecitare altri rinchiusi in una “dinamica di osservazione” fatta solo di riflessi, ma l’aspetto esperienziale rimane quello più importante, l’acquisizione delle sensazioni interiori suscitate dallo spostamento del corpo dentro e fuori la caverna. In questo caso la luce e la linea, diventano i mezzi per avvicinarsi al “bello”; il sole che sta fuori della caverna entra nello spazio per poi volere incontrare l’oscurità.

« …alla dimora della prigione, e la luce del fuoco che vi è dentro al potere del sole. Se poi tu consideri che l’ascesa e la contemplazione del mondo superiore equivalgono all’elevazione dell’anima al mondo intelligibile, non concluderai molto diversamente da me […]. Nel mondo conoscibile, punto estremo e difficile a vedere è l’idea del bene; ma quando la si è veduta, la ragione ci porta a ritenerla per chiunque la causa di tutto ciò che è retto e bello, e nel mondo visibile essa genera la luce e il sovrano della luce, nell’intelligibile largisce essa stessa, da sovrana, verità e intelletto. » (1)

Oggi il mito della caverna di Platone lo possiamo pensare come metafora dei mass media che influenzano e dominano la nostra realtà creandone una virtuale; l’apparenza con una parallela assuefazione al non vedere che scandisce le giornate, è talmente predominante, che la “realtà” non esiste e come tale è demistificata; a riprova di questo, ci si anestetizza davanti alla visione della realtà che non ci compiace. Una realtà frantumata continuamente che lascia dilagare una virtuale quotidianità. A questo proposito, ritorna alla mente un film cult degli anni ’90 Matrix. Nella trilogia di Matrix la virtualità creata imprigiona il genere umano, che crede di essere libero, mentre viene sfruttato per ricavare energia per le macchine; così si può dire che in questo periodo l’uomo, deprivato del lume della ragione, che sarebbe in lui, dovrebbe essere incitato a “sapere aude” (2), abbi coraggio della tua intelligenza.

La luce del sole, esterna alla caverna, si muove e penetra all’interno finché le è possibile, fino a che le pareti non s’incurvano e si piegano su se stesse lasciando anfratti di spazio. Questa traccia luminosa si muove indicando la possibile transitabilità. Lo spazio è scandito dal passaggio della luce verso l’oscurità, la luce consentirà all’interno dello spazio il tragitto corporale dell’uomo che si muoverà lungo questa direzionalità. Nella storia antropologica, prima il sole, poi la luce che attraversa questo spazio e fino ad arrivare quella di un pezzo di legno acceso col fuoco, i fuochi, di una candela, la stufa, la luce elettrica, le pareti di vetro; il passaggio dalla caverna all’abitazione e/o spazio condiviso pubblico, racchiude il grande archetipo dello stare dentro ad uno spazio per poi starne fuori e lo scambio tra la luce e l’oscurità, il caldo col freddo. Questo passaggio funzionale e temporale dal sole all’elettricità, dalla luce degli interni delle caverne all’interno di un’abitazione, lo troviamo esemplificato in un unico oggetto di Design molto semplice e complesso allo stesso momento: “Edison’s Nightmare” dello studio Davide Groppi, designer Harry Thaler 2014; come dice lo stesso Davide Groppi è un saluto alla lampadina di Edison che ci ha cambiato il modo di vivere, si tratta della forma classica di una lampadina, ma inchiodata al muro, come un’opera d’arte.

http://davidegroppi.com/

Allora entrando nella caverna la luce del sole si trova alle spalle, ma se ci entrassimo dalla direzione opposta, capovolgendo lo spazio contenente il vuoto, cosa accadrebbe? Entreremmo direttamente nell’oscurità, percependo l’interezza del vuoto e orientandoci con la vista verso la direzione che porta verso l’alto, verso quello spiraglio di cielo. La caverna è una costruzione, la sua profondità abituale si espande verso il cielo, mentre costruendola Capovolta, con l’accesso posto a livello della terra, renderemmo manifesto lo status del “vuoto” che l’uomo occuperà. L’essere umano ponendosi all’interno della caverna ritroverà se stesso e stando al livello terra sentirà maggiormente il contatto con la realtà; l’aria e la vita che sono all’interno possono entrare dall’alto dell’apertura verso il cielo in forma di polvere e di organismi che nel tempo che scorre, potranno scomparire nuovamente. La materia, come polvere, si deposita nel profondo della caverna, in questo spazio la luce e l’acqua entrate, potranno far rinascere la vita. Può crescere qualcosa o qualcuno di nuovo. Il vuoto è ciò che è lasciato per comprendere e sentire il pieno come nuovo. La costruzione della “Caverna Capovolta” fa sentire la “forza” del vuoto che si mette in comunicazione col pieno esterno del mondo in cui noi circoliamo e cerchiamo noi stessi e il nuovo in noi. La fine degli organismi è necessaria per riconoscere la vita che si rigenera. Il progetto di Paola Ricci racchiude queste considerazioni, afferrandole e ponendole nel paesaggio di una natura meno antropocentrica e dando la possibilità di un processo capovolto, dello stare a contatto con la natura di oggi e con noi stessi. Il progetto è stato selezionato, dal Centro, OMI di New York,“Architecture OMI”.

L’essere viaggiatori è stato fonte di ricchezza per l’uomo in tutte le arti in cui si è cimentato e la mente di uno scopritore crea parallelismi formali e configurazioni architettoniche che sembrano isolate, ma unite nello spazio. Nelle diverse città e culture si sono costruiti edifici fatti di pieni che occupano dei vuoti e la luce del sole li contiene tutti; cosi l’antico Egitto si ritrova nella Roma antica e ora edifici antichi a Roma sono incastonati nella metropoli attuale e la loro forma può portarci su moderne teorizzazioni. La forma dell’obelisco, simboleggiante il Dio del Sole Ra, nella cultura egiziana, la sua linea è protesa verso il cielo, come “alter ego” della Caverna Capovolta. L’Obelisco della Minerva si erge alle spalle del Pantheon a Roma, fu ritrovato casualmente nel 1665, ma non si sa come e quando fu trasportato dall’Egitto a Roma, in seguito fu fatto il basamento a forma di elefante e il progetto fu forse ispirato dai lavori del Bernini. Dalla piazza della Minerva è affascinante porsi davanti all’obelisco e vedere in fondo il Pantheon, la struttura architettonica cilindrica è incastonata tra gli altri edifici, da questo di osservazione la cupola racchiude e cattura la spinta verticale dell’obelisco verso il sole e la parte esterna retrostante del Pantheon mostra la circolarità che troveremo poi all’interno.

1)Platone La Repubblica, Libro VII, 517b-traduzione di Franco Sartori, Roma Bari Ed. Laterza 2006.

2) Orazio, Epistole, 1,2,40

Facebook Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *