Disegno poetico
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Disegnare con l’acqua / I

Conversazione tra scrittura e arte di Vincent Van Gogh, Claude Monet, Sol Levitt e Calder.

L’acqua del mare era stata disegnata a Saintes Maries de-la Mer, quella che lambiva le spiagge ventose dove Vincent van Gogh percorreva nelle sue passeggiate quando viveva ad Arles nel 1888. Ormai a giugno la luce incominciava ad essere
calda come il giallo sulla sua tavolozza. L’acqua si muoveva in uno scrosciare di onde che catturavano la luce diventando i gialli “d’acqua” in superficie. Vincent scriveva a questo proposito al fratello Theo: “Ho fatto il disegno delle barche quando ho lasciato molto presto la mattina, e ora sto lavorando su un dipinto basato su di esso, una dimensione di 30 per tela con più mare e cielo sulla destra. Era quando le barche si affrettavano fuori; le avevo guardato loro ogni mattina, ma lasciavano molto presto e non ho avuto il tempo di dipingerle”. Il disegnare era quello che lui praticava ogni giorno, come una continua “disciplina-presenza” che gli permetteva di individuare il segno nel disegno come si “trasformava” in pittura, ma non da utilizzare come copia, ma per permettere al pennello di compiere volteggi con quella danza ed energia. Il segno “costeggia” la distanza tra un segno e l’altro che non è altro lo spazio che occuperà la materia della pasta dell’olio sulla tela. Lui cattura la luce nell’acqua per renderla “variabile” e scrive ancora a Theo: “Non sempre sapere se è verde o viola, non sai mai se è blu, come il momento successivo la lucentezza cangiante ha assunto una rosa o una tinta grigia”. Allora il disegno riesce, con la “variazione del segno e del tono”, a rendere il colore variabile e l’acqua si materializza.

Van Gogh Barche da pesca sul mare

Quello scrosciare d’acqua lo troveremo nel 1899 nei quadri di Monet nei suoi dipinti del giardino giapponese; il ponte sarà dipinto pari a quel movimento energico dell’acqua che scorre. Le cromie saranno la “variazione” continua inesauribile e inimmaginabile che si possa desiderare e che non si ferma mai; l’artista non esaurisce il suo manifestare “il soggetto” perché esso è puro movimento come l’acqua continua.

 

Monet, Ponte giapponese

 

Lo scrosciare dell’acqua, che passa sulla roccia, risuona, lei bagna e traspare di lucentezza ciò che ricopre, ma anche porta i rumori e fa parte della nostra vita.

Nel testo “La cascata” di Thomas Mann, i monti parlavano: “Una svolta della strada rese visibile il burrone boscoso e roccioso ove l’acqua andava a cascare. Nell’atto in cui quella vista si presentò ai loro occhi essi udirono anche il rumore in tutta la sua forza.

Le masse d’acqua cadevano in linea. Precipitavano con fragore mescolando ogni sorta di rumore e di suoni: echi di tuoni, ruggiti, urla, strombettii, schianti e rimbombi. Era una cosa che sbalordiva. Sfiorati da un’aria umida, spruzzati, avvolti nel polverio dell’acqua, con le orecchie ovattate di rumore, contemplavano lo spettacolo di quella continua catastrofe fatta di spuma e di fragore, il cui rombare li assordava”.

Martin Geier©

Martin Geier©

Il testo è nella digressione del muoversi del corpo e nella meraviglia della scoperta della sonorità dell’acqua. Lo stupore dell’apparire della cascata è insieme allo spostamento corporeo verso quello spazio naturale che appare improvvisamente, ma anche annunciato dalla sonorità che si avvicina all’ascolto che anticiperà la vista, e che muove il corpo verso la ricerca di quella sonorità.

Continua …

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