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Dada

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Dada

come espressione di

un’arte del nostro fantasticare

dalle parole al nostro immaginifico

 

Vi voglio presentare un certo Tzara che nel lontano anno 1920, quando forse erano nati alcuni dei vostri bisnonni, ha scritto un testo su un Manifesto, da non confondere con quelli che si attaccano ai muri delle vostre città, in un quaderno che conteneva le idee di diverse persone che si erano trovate insieme un giorno per bere un caffè. Da quel momento si sono messi a fare poesia, arte e musica in un modo particolare che ora vedremo.

Questo scritto era dedicato all’amore debole e amaro, strani questi aggettivi e forse perché quest’amore era ammalato e doveva prendere quei brutti sciroppi amari che a volte bevete anche voi? Comunque in esso viene raccontato come fare una poesia dadaista. Ora leggiamo insieme cosa dice e poi vi spiego cosa significa dadaista.

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Dada
Paola Ricci©

Prendete un giornale

prendete un paio di forbici.

Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare alla vostra poesia.

Ritagliate l’articolo.

Tagliate ancora con cura ogni parola che forma tale articolo

e mettete tutte

le parole in un sacchetto.

Agitate dolcemente.

Tirate fuori le parole una dopo l’altra

disponendole nell’ordine con cui le estrarrete.

Copiatele coscienziosamente.

La poesia vi rassomiglierà

Ecco vi diventato uno scrittore infinitamente originale

e fornito di sensibilità incantevole.

Allora sembra proprio semplice e tutti possono giocare a essere poeti nella casualità.

E oltre al caso nel mettere le parole, anche il suono della parola stessa letta a voce alta diventa importante e in questo i poeti sperimentano il suono coccolandolo, si mettono a giocare scoprendo le onomatopee. Vi ricordate quando vi parlavo del suono che suggerisce il significato come per esempio “strillo” o “soffiavano” poi abbiamo quelle che riproducono direttamente il suono, la voce e il loro rumore come “tic tac”, “miao”, allora vi leggo cosa scriveva un poeta italiano non dadaista come Giovanni Pascoli: “Sentivo il cullare del mare sentivo un fru fru tra le fratte”, ebbene queste sono le onomatopee.

Pensiamo allora per esempio al nostro nome, che è pronunciato molte volte al giorno, esso racchiude un suono a cui ci abituiamo e fa parte della nostra corporalità.

Si potrebbe giocare a sentire alcuni rumori e suoni e scrivere le emozioni che essi ci provocano e poi pronunciando il nostro nome a dire a quale di loro lo assoceresti quando lo pronunci a qualcuno e se facendo questo cambi anche l’intonazione della voce.

La poesia fatta solo di suoni ha il potere di suscitare delle reazioni vecchie e lontane nel tempo e sicuramente strane per ciascuno che la legge.

Senti il tuo respiro pronunciandoli e le parole hanno un suono nel momento in cui parliamo e questi due aspetti si muovono insieme.

Cosa ne dite sembra divertente fare il poeta ed è pieno di sorprese!

 

alt="Paola Ricci"

Dada
Paola Ricci©

Allora vediamo meglio cosa è successo con il Dadaismo e perché si sono dati questo nome strano per un gruppo d’artisti. Fino ad oggi non è possibile stabilire chi veramente abbia trovato o inventato la parola “dada” e che cosa questa significhi. Sembra che Tzara e Janco intercalassero nei loro discorsi-fiume reciproci “da, da” che esprime l’affermativo in romeno. Il loro desiderio di libertà ben si univa con quest’affermazione ripetuta e allora la scelsero come nome per il gruppo.

Tzara, il nostro poeta giocoso, diceva nel 1916, quando erano all’inizio del loro fare:

“Fu data alla luce una parola, ma io non so come”.

Così nell’affermare il loro desiderio di libertà s’incominciò a voler capovolgere le cose da fare, un po’ come voi bambini spesso volete fare il contrario di quello che dite e allora conseguentemente al loro desiderio di libertà incominciarono a mettere davanti alle parole o alle azioni un’altra parolina o meglio un suffisso “anti-“.

I dadaisti avevano un po’ come voi una disposizione di spirito alla “provocazione” e quest’atteggiamento fu un risultato che fu applicato anche ai loro strumenti.

Nel passato ci avevano provato prima di loro artisti come il poeta Rimbaud e il pittore Van Gogh ma in modo drammatico, facendo male a loro stessi, mentre il Dadaismo non voleva far male a nessuno.

Ora vediamo che il caso, che soggiace nella “costruzione della poesia”, lo troviamo anche nella pittura.

Vi racconterò un fatto che è successo ad uno di loro che si chiamava Hans Arp.

Avvenne un giorno che nel suo atelier, egli stava lavorando a lungo su un disegno, e insoddisfatto e forse arrabbiato lo stracciò in tanti pezzetti e gettò via i brandelli di carta, senza preoccuparsi tanto e senza usare la ragione come vi avevo detto prima; i pezzi incominciarono a svolazzare sul pavimento, ma dopo anche il suo sguardo cadde su quei pezzi e fu sorpreso della loro disposizione; capì che essa esprimeva qualcosa, che il caso poteva essere “il fattore” stimolante della creatività artistica e riposizionò i pezzi di carta come erano caduti casualmente per terra.

Questo fu definito il vero avvenimento centrale del Dada, quello che lo distinse da tutte le precedenti correnti artistiche.

 

A questo proposito mi viene in mente una cosa che possiamo fare e che prende spunto da questo evento. Recuperate carta diversa di riviste, carta crespa e argentata e tessuti sottili, carta velina insomma diversi tipi di carte e di fogli di riviste, tagliateli senza pensarci tanto in pezzi poi prendete un gran foglio di colore unico per esempio rosso e incominciate ad attaccare questi pezzi in libertà come avviene senza pensarci tanto; da questo gran foglio ottenuto tagliate, sempre a caso dei rettangoli come fossero delle doppie pagine di un libro, piegateli e poi in mezzo alla piega fate due buchi in cui passerà un semplice spago che unirà questi fogli e otterrete un libro dada.

Le immagini che appariranno e i colori che vedrete saranno il risultato di un insieme di casualità.

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Dada
Paola Ricci ©

Si voleva riconoscere che il caso e la volontà formavano un unico, e così se un giorno vi ricordate un sogno il descriverlo e poi scriverlo è importante quanto aver fatto il sogno, oppure se per caso vi sporcate le mani di colore e toccate il vostro disegno si può osservarlo anche macchiato e considerarlo come disegno ancora; ora per favore non mettetevi a sporcare con le mani colorate tutto quello che volete perché così non è Dadaismo.

Allora tutto poteva essere utilizzato per dare forma a quello che l’artista voleva manipolare e che era relegato solo negli ambiti a lui destinati. E così pezzi di legno, di ferro, buste, tappi, piume di gallina, biglietti del tram, francobolli, chiodi, sassi potevano essere utilizzati per la pittura che era definita dagli altri pittura dell’immondizia.

Per esempio Francis Picabia, un altro artista, si mise a fare un paesaggio con piume d’uccello che diventavano alberi, oppure sempre lui usò dei fiammiferi per fare i capelli di un viso di una donna.

 

CONTINUA:

 

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