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Barbara Pelizzon / Barbie

I giocattoli ci accompagnano nella nostra infanzia e ci permettono, se trattenuti, di far rivivere i ricordi come una  rappresentazione quotidiana,  di riscaldare o raffreddare quello che la pelle, reagendo, ci rimanda per tutto il corpo..

La Barbie è un “giocattolo”, ma cosa racchiude oltre ad essere ludico?

Un mondo “rosa” o il “piacere” al limite dell’eros?

La possibilità di scappare col gioco, ma tornando nel quotidiano, con questa bambola, posso navigare liberamente per capovolgere la “routine”?

Tutto appare perfetto in quel mondo di gioco, dove i capelli sono perfetti, il trucco che non scivola giù sul viso sempre bellissimo e mai messo in discussione.

Così siamo catapultati nel mondo del “bell’agio” dove niente di sconvolgente può accadere e ogni ruolo viene sempre più esaltato è come se lei possa avverare delle profezie che il possessore della Barbie spera sempre che si materializzano.

 

Barbara Pelizzon / Barbie

Paola Ricci © Photo

 

Le bambole maggiorate o gonfiabili è un’immagine che è stata utilizzata da diversi artisti, ma sempre per esaltarne le caratteristiche più che demistificarle; l’aspetto ludico in pubblicità è stato percorso in modo intelligente, sempre negli anni ’60, con l’iconografia di “ Susanna”, accompagnata dalla mucca, diventando un oggetto “gonfiabile” che diverte il mondo dei bambini. Fu questa una manovra intelligente e commerciale, nel rendere un’icona comune, un “gioco” come “l’amico segreto”; l’oggetto transizionale che per molti bambini si materializzava  con un soffio d’aria nella plastica degli anni ’60. Barbara Pelizzon non gioca con le Barbie, non è il surrogato di qualcosa d’immaginato o sognato è il sogno che si rende concreto con la frantumazione degli elementi costituenti, è l’archetipo per superare la realtà che è dolorosa diventando, con l’intervento dell’artista, uno specchio del pensiero nascosto. L’arte concettuale diventa “barocca”, mutazione pantagruelica e fagocita quello che l’artista con maestria rivela come vari strati che annullano il corpo edonistico.

Questo corpo è bloccato nella sua plasticità artefatta e finalmente nei lavori di Barbara Pelizzon appaiono “veri”, concreti, tangibili anche nel suo spezzettarsi e poggiarsi su cuscini inscatolati o in campane di vetro. Santificano una celebrazione votiva, di un atto coraggioso per essere salvifico verso se stessi ma soprattutto verso gli osservatori. Lo spettatore davanti alle collocazioni “funerali” delle Barbie, disposte come proscenio teatrale, rimane bloccato o catturato come sempre può essere la necessità di stare in bilico tra Thanatos ed Eros. “Al di là del principio di piacere” la pulsione è verso la vita e verso la morte; cerchiamo l’amore ma cerchiamo anche la distruzione, come fossimo nel “desiderio” di commettere l’idealizzazione, ma senza stare su una concretezza concettuale.

Da lì le posture mummificate di queste bambole dove anche la chioma non esiste più alla vista, ma si comprende la sua presenza nell’avvolgere il capo e quello che rimane quasi integro sono il viso, gli occhi che vengo o solo “ridipinti” come si sciogliesse il trucco o bendati fino alla negazione più totale. Forse spaventati, siamo davanti a questi oggetti artistici, dove l’estetica formale cavalca su terreni diretti alla pancia, al sentire sulla pelle quello che la plastica della bambola non potrebbe rimandare nessun feedback. Così  allora,  queste “bambole” si innalzano anche nell’aria volteggianti nella rotondità di una veste che sembra che catturi la rotondità di  quella pancia che le ha create e muovendosi al sospingere dell’aria dello studio dell’artista.

 

Barbara Pelizzon/ Barbie

Paola Ricci © Photo

 

C’è una grossa intimità in questo lavoro di Barbara che ripete sulle Barbie il rito di “trasformazione”, compie un’azione demiurgica estetica dove è l’anima che si salva sempre in ogni caso e quei corpi che sembrano spezzati o inflitti sono invece le anime che attraverso un’azione artistica.  Si accarezzano e si ricompongono come piaceri essenziali e quindi non confinati in un io referenziale, ma allargandosi ed espandendosi verso gli altri che possono sostenere e trasformare l’onda che arriva.

il mio lavoro è l’opera di ricostruzione di me stessa e trova origine nella mia infanzia… la memoria e i cinque sensi sono strumenti di cui mi servo.Il mio lavoro riguarda la fragilità del vivere e la difficoltà di amare ed essere amati… Utilizzo un linguaggio simbolico per esprimermi. Bisogna impregnare la materia di sentimenti. Il mio bisogno di utilizzare materiali soffici e stoffe, di far ricorso al cucito e alla bendatura …” Louise Bourgeois

Barbara Pelizzon / Barbie

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3 Comments

  1. barbara pelizzon says

    GRAZIE Paola per essere riuscita a dare parole al mio sentire e di avere accostato il mio lavoro alle parole della grande Louise Bourgeois alla quale guardo con il rispetto che si deve a una madre….una delle mie tante madri artistiche.

  2. Barbara il tuo lavoro mi ha incuriosito, la tua ricerca è assidua e costante, sempre a contatto con la materia artistica e riletta dalla tua dimensione interiore. Bello e forte il tuo percorso è sicuramente un’audace salto nel mondo inesplicato di un artista.

    • barbara pelizzon says

      ANCORA GRAZIE Paola per l’attenzione al mio fare….. di sicuro alla mia ricerca non manca assiduità e costanza.

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